Avevo la gola molto asciutta, il palato sembrava trafitto da migliaia di schegge di vetro e se ci passavo la lingua con l’intento di inumidirlo ottenevo un antipatico  effetto ventosa che sembrava staccarmi via i tessuti molli.   

Che diavolo ci facevo in quella spiaggia? Come ci ero arrivato?

Il mare accarezzava i miei piedi col suo moto ondoso, ero disteso a pancia all’aria mentre implacabile il sole inveiva sul mio volto.

Mi rialzai barcollando leggermente. Portai le mani al viso e le trascinai fino ai capelli tirandoli all’indietro per spostarli dalla fronte, cosi facendo mi riempii gli occhi e la bocca di sabbia, provai a sputacchiarla ma non avevo abbastanza saliva per farlo.

Mi guardai attorno alla ricerca di qualcosa di familiare, di un panorama noto, niente. Eravamo solo il mio respiro e quello del mare.

All’improvviso mi ricordai che ero uscito in barca con Alfredo quella mattina presto. Mi aveva portato a fare un giro perché voleva mostrarmi qualcosa, ma non ricordo cosa!

Dov’è Alfredo e dov’è la nostra barca? .

Alle mie spalle la spiaggia si estende per una quarantina di metri per poi lasciare il passo ad una fitta vegetazione sopra la quale si erge un monte alto e dall’aspetto frastagliato. 

La spiaggia è deserta, tranne che per la presenza di qualche sporadico tronco fossilizzato dal tempo e dagli agenti atmosferici.

Più mi sforzo di ricordare e più mi sento confuso. Devo cercare un po’ di refrigerio o rischierò un insolazione restando sotto il sole.

Mi sposto verso l’entroterra,verso la vegetazione, che sembra offrire un piacevole riparo. 

Avanzo nella sabbia bollente e mi accorgo che non esistono altre impronte se non le mie che seguono la mia ombra.

Il caldo è implacabile, la sete insopportabile. La strada che porta verso la zona d’ombra è in salita, procedo a fatica affondando ogni passo nella sabbia che via via lascia il posto a del pietrisco fino ad assumere una consistenza più dura e compatta tipica dei sentieri di montagna.

Finalmente riesco a mettermi al riparo raggiungendo quell’oasi verde e lussureggiante di piante e arbusti, tanto alti quanto fitti, che non lasciano passare i raggi del sole.

Mi riposo un attimo sedendomi sotto a un grande albero. Riesco ancora a sentire le onde del mare anche se il frinire dei grilli la fa da padrona.

Alla mia sinistra scorgo parecchie piante di fico d’india e mi precipito a raccoglierne i frutti. Facendo attenzione a non pungermi ne stacco uno alla volta. 

Incido la buccia con l’ausilio di un sottile pezzo di legno che uso come se fosse un coltello per sbucciare quel dolcissimo frutto. Tolta la buccia il fico d’india si mostra nella sua nuditá, di colore rosso acceso tendente al viola. Lo mangio con estrema goduria riuscendo allo stesso tempo a inumidire il mio palato e la gola col suo succo zuccherino. Mi godo il momento .

Rifocillatomi cominciai a riprendermi dalla sete e dalla fatica e tornai a chiedermi dove fossi e che cosa fosse successo ad Alfredo e alla nostra barca.

Dall’alto della mia posizione scandagliai la riva in cerca di indizi. 

Dall’altopiano ombreggiato sul quale mi trovavo potevo godere di una più ampia e maggiore visione della spiaggia. Notai in un punto parecchio lontano verso destra un grosso tronco che nascondeva parzialmente la vista di quella che sembrava essere la chiglia azzurra di una piccola imbarcazione capovolta.

Mi diressi verso quei resti di fretta sperando di trovare anche Alfredo una volta giunto sul posto.

Col fiatone e i polmoni in debito di ossigeno, mi rattristai nel non trovare Alfredo. Rovesciai la barca  e trovai sotto di essa quello che riconobbi essere il mio zainetto e nulla più. 

Fui ugualmente felice per quel prezioso ritrovamento, lo zaino conteneva un piccolo impermeabile, una torcia a batterie, una borraccia colma d’acqua, un coltellino e, colpo di scena, un paio di pacchetti di sigarette e dei fiammiferi!

Nonostante il caldo, la sete, la fame, la disperazione, le sigarette furono motivo di gioia. Subito me ne accesi una come se si fosse trattato della cosa più bella del mondo. 

Una leggera brezza marina spinse il fumo verso l’orizzonte. 

Rimasi immobile coi miei pensieri e le mie mille domande, la sigaretta accesa tra le dita sperando di riuscire a ricordare qualcosa.

Sfuggenti immagini nella mia mente mi testimoniavano dove mi trovassi quella mattina. 

Il volto sorridente di Alfredo con lo sguardo perso nel mare intento a remare, le prime luci dell’alba che mettevano in risalto le rughe della sua pelle che assumevano le sembianze di scaglie di una corazza talmente erano profonde e spesse. 

Alfredo aveva passato tutta la sua infanzia e parte dell’adolescenza in mare. Pescatore da generazioni, suo padre, suo nonno e il padre di suo nonno, secoli di esperienza tramandati da padre in figlio. Con lui però la catena si è interrotta, suo figlio Ettore ha preferito studiare e, laureatosi in medicina, si è trasferito lontano. 

Un gabbiano svolazzando sopra la mia testa bloccò il mio flusso dei ricordi.

La sigaretta quasi tutta consumata dal vento stava per ustionarmi le dita.

Feci gli ultimi due tiri ravvicinati, tirando delle profonde e rapide boccate, prima di riporre il filtro ormai bruciacchiato nella mia scatolina di metallo adibita a porta mozziconi.

Conosco Alfredo da quando eravamo poco più che ragazzini. Mio padre comprava il pesce da suo padre ed era in quelle occasioni che io e lui ci incontravamo. 

Quando mio padre venne a mancare io partii per qualche anno in giro per il mondo in cerca di risposte. 

Tornato in Italia Alfredo fu uno dei primi a cui feci visita. Parlammo a lungo e mi raccontò delle disgrazie accadute alla sua famiglia. Perse uno zio prematuramente, il fratello di suo padre, poi suo nonno e infine anche suo padre. Tutti per incidenti sul lavoro. Tutti morirono in mare a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. 

Poco prima di morire il padre lo pregò di non uscire più in mare anche a costo di cambiare mestiere. Alfredo provò a chiedere spiegazioni ma il padre fu determinato a mantenere la sua posizione. Pochi giorni dopo, nell’intento di salvare un bambino che stava rischiando di affogare il papà di Alfredo morì in seguito ad un malore.

Dopo il funerale Alfredo smise di uscire in mare ma restò comunque al porto a riparare le reti e a fare manutenzioni per le barche della sua flotta. 

Qualche anno dopo anche la madre di Alfredo morì, i medici dissero infarto ,Alfredo dice crepacuore. 

Ultimamente mi ha raccontato di fare strani sogni la notte che non gli fanno prendere sonno. 

Sogna il figlio che annega in mare a pochi metri da lui, vorrebbe tuffarsi  per salvarlo ma il figlio gli urla di non farlo, e gli ricorda le parole di suo padre, non uscire più in mare.. non uscire più in mare e continua a ripeterle fino a quando sparisce sott’acqua.

Emotivamente scosso e infastidito da quei terribili incubi, una notte Alfredo non potendo prendere sonno si intrattiene in salotto cercando un buon libro da leggere con la speranza di conciliare il sonno. Si imbatte in un vecchio diario di bordo appartenuto al padre di suo padre.

Il manoscritto raccoglie i resoconti delle battute di pesca, il pesce pescato e venduto, ma anche le paghe degli operai ,le riparazioni alle barche, e le entrate e le uscite mensili. 

Ad un certo punto però quello che sembrava essere un libro mastro si trasformò in qualcos’altro. 

Una cronaca di una serie di avvenimenti difficili da credere. 

Quelle ultime pagine raccontavano un fatto assai strano. 

Pagine confusionarie, ricche di scarabocchi, parole scritte in modo disordinato…

” … sto ancora tremando dalla paura. Ne avevo sentito parlare da bambino ma non credevo esistessero veramente. Stanotte durante la mia navigazione solitaria mi sono imbattuto in un banco di nebbia. Ho mantenuto la rotta senza staccare le mani dal timone e gli occhi dalla bussola, mi era già capitato altre volte ma mai  per così tanto tempo. 

Finalmente dopo una buona ora di navigazione alla cieca la nebbia cominciò a dissolversi mentre il bagliore della luna tonda e rossa tornava a riflettersi nel mare calmo e nero della notte.

L’aria era molto umida. Ad un tratto mi si gelò il sangue, la nebbia mi aveva nascosto la vista di un enorme imbarcazione verso la quale stavo puntando rischiando una collisione.

Con molta fatica riuscii ad evitare lo schianto. Quel galeone in penombra aveva un aspetto molto sinistro.

L’albero maestro era spezzato. Le vele squarciate. Sembrava abbandonato. Nel silenzio della notte gli scricchiolii provenienti da quell’imbarcazione mettevano i brividi.

Pensando ad una sciagura o a un grave incidente chiesi ad alta voce se ci fosse qualcuno a bordo. Non ricevetti nessuna risposta. Controllai la mia posizione sulla mappa nautica per segnalare al mio ritorno la posizione di quel relitto.

Annotata la posizione un lamento ripetuto attirò la mia attenzione. Sembrava il pianto disperato di un bambino.

« Tutto bene? » urlai in direzione del galeone. « Serve aiuto? » Il lamento aumentò di intensità.

Dovevo fare qualcosa, c’era chiaramente qualcuno a bordo, dovevo andare a controllare. 

Affiancai il galeone fino a toccarlo. Presi la scala di corda con i rampini e la lanciai sul ponte. I rampini si aggrapparono al bordo della passerella del pontile e assicuratomi che fossero ben saldi mi arrampicai. Dovetti fare molta attenzione a camminare su quella pavimentazione perché il ponte era danneggiato in più punti, le tavole erano rotte o sollevate.

Ogni mio passo produceva un sinistro scricchiolio. Sembrava di camminare su una struttura pronta a crollare su se stessa da un momento all’altro.

« Bambino dove sei? » Chiesi ad alta voce.

 « Qui! » mi rispose con le parole impastate al pianto.

La voce proveniva da sotto coperta. Mi diressi quindi verso le porte che conducevano al livello inferiore.

Nel tragitto che mi sembrò eterno, un topo mi passò sotto ai piedi facendomi saltare in aria.

«Maledetta bestiaccia! » esclamai cercando di colpirlo con un calcio.

Ancora una volta udii quel lamento, questa volta però ebbi quasi l’impressione che il pianto si fosse tramutato in una specie di ghigno malvagio che mi fece rizzare i capelli.

« Sei qui sotto?» domandai avvicinandomi alla porta.

« Aiuto! Aiutami! » fu la disperata risposta. Subito dopo udii degli strani tonfi come se qualcosa di duro colpisse ripetutamente le pareti.

Aprii la porta e trovai le rampe di scale illuminate flebilmente da alcune torce infuocate, mi sembrò molto strano, come tutto del resto, ma in quel momento non ci feci molto caso preso com’ero dal desiderio di salvare quel bambino. Arrivai agli alloggi e quello che vidi mi lasciò senza fiato. 

In una camera giacevano i resti di due scheletri con ancora gli abiti sporchi di sangue e i capelli attaccati al cranio. C’erano macchie di sangue ovunque, sul letto, sulle pareti, evidentemente c’era stata una colluttazione.

Mi chinai su quello più vicino a me che giaceva riverso per terra con la faccia sul pavimento. Lo girai così velocemente che quasi gli si staccò il cranio.

Aveva un paio di denti d’oro, al collo portava un medaglione incastonato di pietre preziose. Non resistenti alla tentazione di sfilarglielo, tanto a te non serve più, dissi tra me e me.

Presi quel medaglione e lo misi in tasca. 

«Aiuto, aiuto! » ancora una volta quella voce risuonò.

«Eccomi, arrivo, dove sei?»

«Sono qui, nella camera affianco a quella dei miei genitori.» rispose il bambino.

In effetti la voce sembrava provenire dall’altra parte della stanza.

Uscii da quella macabra camera per recarmi nella stanza a fianco. La porta era chiusa a chiave.

« Sei qui dentro? non riesco a entrare! » dissi provando a forzare la maniglia.

«Si sono qui» mi rispose quasi a bassa voce in un tono che suonava ambiguo e quasi adulto.

«Se sei qui dietro  spostati, provo a sfondarla! » 

Presi una breve rincorsa e diedi una spallata alla porta che si spalancò. C’era un piccolo lettino col cuscino completamente rosso, sporco di sangue. Il bambino stava in piedi in un angolo della stanza faccia al muro e piangeva.

« Tutto bene piccolino?» gli chiesi avvicinandomi.

« Si, Tutto bene » rispose tramutando il pianto in una risata malvagia e terrificante.

Si voltò di scatto verso di me mostrandomi un ghigno spaventoso e la fronte completamente aperta e fracassata.

« Benvenuto all’inferno! » mi schernì. 

La sua vista terrificante mi fece balzare all’indietro consentendomi di guadagnare qualche metro di distanza tra me e quella cosa. 

Corsi verso le scale impaurito e agitato in cerca di una via di fuga. Dalla stanza accanto vidi gli scheletri prendere vita e inseguirmi.

Salii le scale di corsa, due gradini per volta. Una mano ossuta tentò di afferrarmi una gamba e rischiai di cadere. In un impeto di freddezza e lucidità afferrai una torcia accesa che si trovava sulla parete delle scale e colpi lo scheletro così forte in faccia da decapitarlo.

Arrivato sul pontile trovai un paio di orrende creature in decomposizione ad aspettarmi. Marinai coi vestiti a brandelli e parzialmente ricoperti da carne nera marcia. Si buttarono su di me armati di spada. Usai la torcia per difendermi. Uno dei due mi colpi’ con un pugno scaraventandomi su dei barili che si ruppero sotto il mio peso. Notai che contenevano alcol che cominciò a versarsi sul pontile e sui livelli inferiori cadendo dalle buche del pavimento.

Presi un barile rimasto intero e lo scagliai addosso ai due marinai. Il barile si ruppe in mille pezzi impregnandoli di alcol.

Nel frattempo il bambino e l’altro scheletro andarono in soccorso dei due marinai per aiutarli a rialzarsi. Sfruttai  quella ghiotta opportunità e lanciai sui loro corpi madidi di alcol la torcia. Immediatamente quei mostri e gran parte del pontile andò a fuoco.

Di corsa mi lanciai dalla nave atterrando sulla cabina della mia imbarcazione. Tagliai la scala di corda e mi allontanai il più in fretta possibile.

Dal galeone in fiamme apparve il bambino che bruciando mi disse: 

«Come tu hai portato via qualcosa di nostro noi porteremo via qualcosa di tuo. Possa il mare essere la tua tomba e inghiottire le tue progenie.»

Continuai a fissarlo mentre osservavo le fiamme avvolgerlo ma non bruciarlo.

Finalmente riuscii ad allontanarmi, continuai ad osservare il Galeone andare a fuoco senza inabissarsi. Misi le mani in tasca e mi accorsi di avere con me quel medaglione sottratto ad uno di quei demoni. Pensai che non fosse una buona idea tenerlo e decisi di seppellirlo in un isolotto qui vicino…”

Il diario di bordo  mostrava una piccola porzione di mappa con una grossa × ad indicare il posto dove era stato sotterrato il medaglione. 

Ecco che cosa voleva mostrarmi Alfredo, voleva recuperare il medaglione! Adesso ricordavo tutto. Mi aveva portato a fare un giro in barca per tentare di recuperare il medaglione e provare a spezzare quella che secondo lui era una maledizione che aveva ucciso i suoi cari e che avrebbe potuto uccidere lui e suo figlio.

Proprio mentre riordinavo i tasselli della memoria, il mare mi restituì i resti del mio povero amico Alfredo. 

Lo sballottò a riva come se si trattasse di una bambola di pezza. 

Provai subito a prestargli soccorso anche se pensai che non ci fosse più nulla da fare. 

Gli praticai la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco e contro ogni previsione iniziò a tossire sputando parecchia acqua.

Grazie al cielo era vivo!

Presi dallo zaino l’impermeabile che stesi tra il grosso tronco e la barca a formare una copertura per creare una zona d’ombra. 

Sistemai Alfredo li sotto in attesa che si fosse ripreso del tutto.

« Lo hai visto anche tu?» cominciò a chiedermi.

« Visto cosa? »

« Il galeone! » mi rispose a fatica. « Mentre eravamo in barca per venire qui, l’ho visto. Enorme, con l’albero maestro spezzato, immobile. Come una calamita ci attirava a sé, non riuscendo a cambiare rotta e temendo per la nostra vita, ho deciso di rovesciare la barca con la speranza di raggiungere l’isola a nuoto. 

Non ho fatto in tempo a comunicarti le mie intenzioni perché ero troppo preso dal panico. Tu hai perso i sensi, probabilmente per la paura di trovarti improvvisamente in acqua, ti ho aiutato a raggiungere la riva a nuoto ma poco prima di arrivare alla spiaggia ho avuto un malore ». continuò.

« Ed ecco spiegato perché mi trovavo in spiaggia da solo senza ricordare niente! » gli dissi. 

« Gia’, per fortuna la corrente ti ha trascinato subito a riva, mentre io sono rimasto in balia delle onde.»

« Grazie al cielo ora sei qui con me vivo e vegeto » gli risposi. « Quindi è questa l’isola dove tuo nonno seppellì il medaglione? » continuai.

« Si Mario, proprio questa e a quanto pare qualcuno in mare ci stava già aspettando.»

« Almeno te ne sei accorto! » gli dissi accendendo una sigaretta. « Come faremo a spezzare l’incantesimo una volta ritrovato il medaglione?» chiesi ad Alfredo. 

« Spero che basterà gettarlo in mare più o meno nel punto in cui mio nonno ha trovato il galeone » 

« Credi sia sufficiente? »

« Non lo so, non ne sono sicuro al cento per cento, speriamo che funzioni » mi disse. 

Restammo ancora per circa un’ora sotto quel tendone improvvisato finché Alfredo non si riprese del tutto.

« Secondo la mappa disegnata da mio nonno dovrebbe esserci un grande albero di pino marittimo con una particolare forma di un forcone tridente. Ai piedi dell’albero dovremmo trovare un cumulo di sassi patti e levigati sotto ai quali è sepolto il medaglione. »

Ci guardammo attorno alla ricerca di quel particolare albero che individuammo quasi subito. Si trovava molto vicino a dove qualche ora prima mi ero recato in cerca di ombra e avevo trovato i fichi d’India.

Fu tutto come descritto da Alfredo. Trovammo il cumulo di sassi e sotto di esso una sacca in pelle con all’interno dei santini, un rosario, e il medaglione d’oro incastonato di pietre preziose. 

« Credo che questi sia meglio lasciarli qui » dissi ad Alfredo indicando i santini e il rosario.

« Però! Questo medaglione è bellissimo. Ed è pure bello pesante. » Disse Alfredo soppesandolo.

Per confermare le sue impressioni mi porse il medaglione affinché potessi soppesarlo a mia volta.

All’istante ebbi delle visioni sconcertanti che durarono diversi minuti rendendomi immobile. 

« Mario, Mario che ti succede, rispondimi » mi urlava Alfredo scuotendomi per farmi tornare cosciente.

« E’ tutto a posto! Adesso so quello che dobbiamo fare! »

Tornammo alla barca e ci organizzammo per lasciare l’isola.

« Tra poco sarà buio » dissi ad Alfredo « Non credi sia meglio prepararci per la notte e partire domani mattina all’alba? »

« Forse non hai tutti i torti! Meglio evitare di navigare in piena notte. »

Accendemmo un fuoco e mangiammo del pesce che Alfredo pescò in brevissimo tempo.

Restammo un po’ a parlare davanti al fuoco. Aspettai poi che Alfredo si addormentasse per portare a termine il mio piano.

Spinsi lentamente la barca in acqua per evitare di farmi sentire da Alfredo che dormiva come un sasso. Presi il largo e cominciai ad allontanarmi dalla riva, in silenzio.

Qualche ora dopo alle prime luci dell’alba feci il mio ritorno trovando ad aspettarmi Alfredo piuttosto arrabbiato. 

« Si può sapere cosa ti è preso e dove sei stato? »

« E’ questo il modo di accogliere un amico? » dissi ad Alfredo con l’intento di sbollirgli la rabbia.

« Dove sei stato? Sei andato a gettare il medaglione in fondo al mare? »

« Non avrebbe funzionato, non sarebbe stato sufficiente a spezzare il sortilegio! »

« E come fai a saperlo? »

« L’ho visto quando mi hai messo il medaglione in mano, e ho visto la tua terribile morte. » 

A quelle parole Alfredo cambio’ atteggiamento e colorito sbiancando visibilmente.

« La mia morte? » ripeté non riuscendo quasi a pronunciare quella parola.

« Se fossimo usciti insieme in mare avremmo trovato il galeone pronto ad aspettarci e una volta saliti a bordo le anime presenti ti avrebbero fatto a pezzi senza alcuna pietà. La storia di quel vascello fantasma è triste e particolare. Un paio di secoli fa fu attaccato da dei terribili pirati. I marinai furono trucidati e gettati in mare, nel tentativo di salvarsi i proprietari si rifugiarono sotto coperta, e per cercare di salvare il loro unico figlio lo rinchiusero a chiave nella sua stanza. I pirati fecero razzia delle provviste e del denaro presente a bordo. Scesi sottocoperta trovarono i coniugi in camera e li uccisero senza pietà. Il bambino fu volutamente lasciato chiuso in camera condannandolo a una morte terribile di stenti. 

Ad un certo punto il povero bimbo impazzì e provò ad aprire la porta colpendola con la testa finché non si spaccò la fronte morendo per le ferite riportate. 

Da quel giorno il galeone fantasma con le sue anime dannate a bordo vaga nei mari in cerca di vendetta. Sangue chiama sangue. »

« E quindi che cosa hai fatto? » mi chiese Alfredo. 

« Molto semplicemente ho vagato in mare fino a farmi trovare dal galeone attirato dal medaglione. Salito a bordo mi sono subito recato negli alloggi. Delicatamente ho sistemato i corpi dei proprietari sul letto, rimesso il medaglione al collo dell’uomo e pregato per le loro anime. Poi sono entrato nella stanza del bambino che ho trovato per terra, l’ho preso e l’ho messo in camera coi genitori,  finalmente riuniti i tre corpi lentamente hanno iniziato ad evaporare fino a sparire del tutto. 

Una volta spariti sono tornato in barca. Allontanandomi ho visto il vascello dissolversi con la nebbia.

Credo che adesso puoi fare sogni tranquilli. Non rischierai più la vita andando per mare, né tu né tuo figlio.

Alfredo commosso mi abbraccio’ ringraziandomi.

Il sole ci accompagnò a casa mostrandomi un Alfredo dai lineamenti meno tesi e gli occhi lucidi, desideroso di tornare a vivere il mare. 

Fumando una sigaretta con lo sguardo volto all’orizzonte mi chiedevo fino a che punto i figli devono pagare per gli errori commessi dai loro padri?