Mi sono beccato proprio un bel raffreddore, uno di quelli che ti costringono a rimanere a casa e a saltare qualche giorno di lavoro.

Cefalea, naso congestionato. Non mi resta che caricare la stufa a legna, avvolgermi nel plaid e godermi un po’ di calduccio e di meritato riposo.

Quelle poche volte che sono costretto a casa mi godo la mia adorata poltroncina. Ha lo schienale reclinabile e il poggia piedi a scomparsa, quando la inclini il poggia piedi spunta fuori e mi consente di sdraiarmi in tutta comodità. Mi piace mettermi accanto alla stufa e guardare la legna che arde. Mi è capitato di rimanere per ore a contemplare i tizzoni avvolti dalle fiamme ed è in questi casi che scatta l’operazione nostalgia. 

Il silenzio della casa, il crepitio della legna e il fumo della sigaretta sono la mia macchina del tempo, la chiave dei miei cassetti della memoria.

È come inserire il pilota automatico senza selezionare la destinazione, è tutto random, tutto affidato al caso.

Ed eccomi a 10 anni in campagna dai nonni a rivivere i momenti più spensierati e felici della mia vita. Spesso da piccolo passavo i fine settimana a dormire con loro. Avevano una casa in campagna con un sacco di terreno che si perdeva a vista d’occhio. Con loro mi sentivo amato, coccolato, viziato e potevo dare sfogo ad ogni mia fantasia. Non che i miei genitori non mi amassero abbastanza ma l’amore dei nonni per un bambino è un qualcosa che ti avvolge come un cappotto nelle giornate d’inverno e ogni volta che senti freddo ti basta indossarlo per sentirti meno solo.

Ero parecchio scapestrato da piccolo, mi piaceva correre per i campi, arrampicarmi sulla mia casetta nell’albero e rotolare nell’erba. Fino all’anno prima il mio limite esplorativo di quei terreni immensi era stato lo spaventapasseri. Non avevo mai avuto il coraggio di avvicinarmi più di tanto, mi faceva paura. Quel pupazzo che indossava i vestiti dismessi del nonno, con la camicia aperta e il fieno a vista mi metteva i brividi. Aveva un grosso cappello di paglia e non restavo più di dieci secondi a fissarlo perchè temevo si potesse animare e rincorrermi per trafiggermi con la sua paglia appuntita. Quell’anno, però,  avevo deciso di superare quella mia paura da femminuccia. Armato di bastone di scopa, che avevo rubato alla nonna, mi decisi ad avvicinarmi più di quanto avessi mai fatto prima.

Il cielo era limpido, azzurro intenso. Il sole infuocato e implacabile. In lontananza tra i pioppi e i salici le cicale creavano il sottofondo di quella mia epica avventura. Man mano mi avvicinavo le zolle di terra arida solcate dall’aratro si frantumavano sotto i miei piedi rendendo , a volte, incerto il mio cammino.

Quando fui a meno di un metro da lui alzai il mio sguardo sulla sua testa, in quel momento un inaspettata folata di vento gli mosse il cappello raffreddando il sudore sulla mia nuca. Ebbi un attimo di trepidazione, d’istinto colpii il suo volto col bastone facendogli volare via quello stupido cappello. 

Chiusi gli occhi come ad aspettarmi chissà cosa, ma nulla accadde. Lo spaventapasseri rimase lì, immobile privo del suo copricapo che rivelava la sua testa fatta da un sacco di tela pieno di fieno e legato all’estremità per dargli una forma sferica.

Avevo vinto! Lo avevo sconfitto…

Lo colpii un altro paio di volte al busto ascoltando il suono ovattato del bastone che colpiva la stoffa e il fieno, qualche pagliuzza e un po’ di polvere si dispersero nell’aria.

In quel momento una voce tuonò « Hey! »

Credo di aver rischiato un infarto, la paura fu tale da farmi volare il bastone dalle mani. 

« Perchè picchi così tanto quella zucca vuota? Che ti ha fatto? »

Un ragazzino credo della mia stessa età , sbucato da non so dove, aspettava curioso una mia risposta!

Fui felicissimo di constatare che fosse stato lui a parlare e non lo spaventapasseri.

« Perchè sono anni che mi terrorizza » gli risposi dopo poco. « Ma tu chi sei e che ci fai qui? » 

« sono Matteo e abito in quella fattoria laggiù » mi disse indicando un capanno che da quella distanza appariva piccolo piccolo tanto da poterlo tenere tra pollice e indice se si chiudeva un occhio.

« Io mi chiamo Mario e ieri sera ho dormito dai nonni che abitano qui vicino.»

« Ti va di giocare? » continuò.

« Va bene » risposi, « Come?»

« Oh è semplice, dobbiamo nasconderci dagli uomini ombra con gli occhi rossi.»

« Uomini ombra? » chiesi confuso.

« Si, sono degli esseri vestiti tutti di nero con dei cappucci che gli coprono il volto  e l’unica cosa che si riesce a vedere sono dei puntini rossi luminosi che sembrano degli occhi minuscoli »

« E dove sono ora questi uomini ombra? » feci visibilmente preoccupato e spaventato.

« Non lo so, mi stanno inseguendo, si muovono in gruppo, in totale silenzio e potrebbero già avermi raggiunto. Dai raccogli il bastone e andiamo verso quegli alberi laggiù, sarà più facile nascondersi.» 

« Ma io ho paura! Andiamo da mio nonno, ha un fucile! » risposi preso dal panico.

«No ti prego, andiamo, potrebbe essere già troppo tardi, non lasciarmi da solo , per favore » mi implorò Matteo.

Non so come ma quel bambino dal facciano rotondo con le lentiggini riuscì a convincermi nonostante tutto.

Raccolsi il bastone di scopa e corremmo a nasconderci nel boschetto poco distante, dove pochi minuti prima le cicale cantavano indisturbate.

Ci nascondemmo dietro un grosso tronco di salice piangente i cui rami toccavano terra creando quasi una tenda come quella di vimini che aveva mia nonna sulla porta d’ingresso.

Col fiatone e il viso paonazzo chiesi a Matteo « li vedi? Ci stanno seguendo?»

Lui pallido in volto prese la mia mano e la strinse tra le sue.

L’azzurro del cielo, il caldo , i colori degli alberi sparirono, si tinse tutto di grigio fumo, era come vivere in una foto in bianco e nero. 

« Adesso riesci a vederli? » mi chiese Matteo.

Mi sforzai di guardare lontano in quell’ambiente monocromatico e confuso, poi finalmente li vidi, essere neri, sfuggenti, si muovevano in simbiosi.

« Si, li vedo e puntano verso di noi!» gli urlai terrorizzato.« Presto scappiamo »

Matteo continuava a tenermi per mano mentre correvamo a perdifiato.

Ad un tratto mi urlò « Attento! » e cadde in una buca, la sua mano si sfilò dalla mia e tutto tornò come prima. Il cielo riprese il suo azzurro, il sole il suo calore.

Rimasi immobilizzato dalla paura coi piedi fermi a pochi centimetri da alcuni rovi e sterpaglie che coprivano il buco che pochi istanti prima aveva inghiottito Matteo.

Incapace di elaborare un pensiero logico per quello che mi era accaduto cominciai a correre terrorizzato dai miei nonni. Avevo bisogno di aiuto per salvare Matteo.

Entrai in casa come un tornado gridando aiuto senza riuscire a fermarmi. Mio nonno mi bloccò di forza e mi disse di calmarmi e prendere fiato. io continuavo a dire che non c’era tempo da perdere, che un bambino aveva bisogno d’aiuto e che dovevamo correre da lui.

« Di quale bambino stai parlando? » mi chiese il nonno.

« Di Matteo, il bambino che abita nella fattoria che si trova oltre lo spaventapasseri » dissi tutto d’un fiato.

Gli raccontai dell’incontro con Matteo, omisi la parte degli uomini ombra, e gli dissi che mentre stavamo giocando cadde in un buco profondo vicino il boschetto dei pioppi e dei salici piangenti.

Il nonno scosse la testa e mi pregò di rimanere in casa mentre lui andava alla fattoria e a controllare il posto. 

« Nonno devo venire con te, la buca è ricoperta da rovi , è difficile da trovare. Il nonno mi disse di no, che quelle erano cose da adulti e che io non potevo andare. 

Chiese a nonna di farmi un bicchiere di latte caldo e uscì di casa.

Col passare delle ore riuscii a tranquillizzarmi un po’ ma la preoccupazione per le sorti di Matteo era molta.

Quella sera io e la nonna cenammo da soli perchè il nonno rientrò molto tardi. Dopo cena mi mise a letto di sopra, e mi disse di stare tranquillo che tutto sarebbe andato per il meglio.

Mi svegliai nel cuore della notte e sentii il nonno e la nonna mormorare al piano di sotto.

Scesi in punta di piedi , cercando di non fare rumore e rimasi ad origliare alla porta.

« …dovevi vedere lo strazio di quei poveri genitori quando hanno estratto il corpo di quel povero ragazzino da quel maledetto pozzo cartesiano dimenticato da Dio. Una pena, ho ancora la pelle d’oca.Finalmente dopo anni vani di ricerche avevano un corpo da piangere al quale dare una degna sepoltura. Quando mi hanno chiesto come avessi fatto a trovarlo ho risposto di aver trovato il pozzo per caso, mentre lavoravo. »

« Cosa intendi fare adesso? Cosa diremo a Mario? » gli chiese la nonna.

« Non lo so, di certo non pensavo che la maledizione della nostra famiglia colpisse anche lui.»

« Non è una maledizione caro, è un dono! »

« Un dono che può trasformarsi in maledizione, solo il tempo ci dirà come si evolverà la cosa.» fece il nonno scuotendo disperato il capo.

Rimasi in silenzio ad ascoltare quelle parole e fu quel giorno che capii di essere speciale. Di possedere un dono, un animo sensibile e particolare.