Erano le sette del mattino e credevo di aver finito, avevo percorso la città in lungo e in largo per tutta la notte e mi sentivo stanco. Tra poco più di mezz’ora le strade si sarebbero riempite di auto starnazzanti e gente esaurita perché in ritardo. Odio quelli che si attaccano al clacson credendo sia un estensione della loro rabbia repressa, mi danno ai nervi, spero ci sia per loro un girone dove enormi sirene suonano senza sosta da mattina a sera a pochi centimetri dalle loro orecchie!

Sulla via del ritorno, quando ormai contavo i minuti che mi separavano dal mio morbido cuscino, un omone grande e grosso mi fece segno di fermarmi. Avrei voluto far finta di non vederlo e filare dritto a casa ma l’etica professionale mi impose di rallentare e ascoltarlo.

:-“ può portarmi in via Saibaba?” – mi chiese poggiando le braccia sul tettuccio facendo oscillare il taxi.

Via Saibaba, poco distante da casa mia. Accettai.

:-“Si accomodi pure” – risposi, ed eviti di fracassarmi il taxi aggiunsi a mente!

Quel bestione si sistemò dietro come meglio poté visto che stava stretto data la sua mole. Mentre cercava una posizione comoda si afferrò al mio sedile e non potei fare a meno che notare le sue mani enormi, erano grosse almeno due volte le mie, mi fecero impressione.

:-“ Ha una sigaretta? Ho finito le mie e non ho avuto tempo di fermarmi a comprarle.

.-“Prego” – risposi, porgendogli il pacchetto di Camel con dentro l’accendino.

Prese una sigaretta e l’accese, l’accendino sparì dietro le sue enormi mani.

Fece una profonda boccata e socchiuse appena gli occhi provando una grande soddisfazione.

Mi ringraziò restituendomi il pacchetto.

:-“ Scusi se mi permetto, ma data la sua mole ha mai pensato di fare il pugile?”

:-“ Oh, non solo l’ho pensato, ma l’ho pure fatto ad alti livelli ottenendo grandi risultati.

La box mi ha dato tutto e mi ha tolto tutto, mi ha portato molto in alto, ma sa come si dice? Più in alto si arriva e più forte sarà il rumore quando si cadrà a terra, come quello che fece il mio ultimo avversario che , ironia della sorte, era pure il mio più grande amico.

Sono nato in una famiglia modesta. Mia madre era una casalinga e mio padre si spaccava la schiena in fabbrica per dodici ore al giorno sotto pagato.

Non era un cattivo uomo finchè non iniziò a bere.

Iniziò alzando spesso la voce e finì alzando sempre le mani, l’alcool lo trasformò in un mostro. Bastava poco per scatenare la sua ira su mia madre e su di me.

Un giorno era ubriaco fradicio e si scagliò su mia madre con inaudita violenza, io intervenni in sua difesa ma ebbi la peggio, consideri che ho ereditato da lui la mia stazza fisica, ma all’epoca avevo solo 14 anni e non ero ancora grande e grosso come lui. Mentre mio padre era intento a rompermi le costole e la faccia mia madre ebbe il coraggio di pugnalarlo alle spalle. Lei finì in carcere e io fui affidato ai servizi sociali.

Non mi perdonai mai quell’episodio, non volevo che finisse così, mi sentivo in colpa per non essere riuscito a difendere mia madre; se solo fossi stato in grado di farlo lei non lo avrebbe mai accoltellato, lui non sarebbe morto e lei non avrebbe passato i suoi ultimi giorni dietro le sbarre.

Decisi allora di fare box per non correre il rischio di trovarmi in futuro in una situazione simile, per poter fare in modo di essere in grado di proteggere le persone che amavo.

In palestra conobbi Marcello, un ragazzo della mia stessa età con una storia simile alla mia. Ci allenavamo assieme ogni giorno, per diversi anni fino a quando , compiuti 21 anni , cambiò città e rimasi nuovamente solo. Mi allenai con maggiore intensità.

Sul ring diventavo un demone e sfogavo coi guantoni tutta la rabbia che avevo dentro contro il malcapitato di turno, mi bastavano un paio di ganci per mandarli tutti al tappeto per KO.

Il mio fisico cresceva di pari passo con la mia voglia di rivincita e riscatto e in poco tempo divenni un pugile spietato e forte.

Venni notato da un agente che si prese cura di me.

Ebbi una carriera densa di soddisfazioni fino a conquistare il titolo di campione dei pesi massimi. Conobbi la fama e la ricchezza.

Ma la vita è strana e si diverte a combinare i destini degli uomini, e per una serie di avvenimenti fortuiti, mi ritrovai a difendere il titolo di campione del mondo proprio contro Marcello, che nel frattempo era diventato anche lui un grande pugile e un grande campione.

Ricordo come se fosse ieri il suono del gong. Attraverso le corde del ring vedevo gli spalti gremiti di gente accorsa per il grande evento.

Ero teso, Marcello oltre che un amico era un temibile avversario, essendosi allenato con me per molti anni conosceva le mie tecniche e i miei punti deboli.

Il primo round fu duro. Non riuscii a mandarlo al tappeto, ci scambiammo pochi colpi. Lui evitava i miei pugni e io i suoi. Nel secondo round Marcello cambiò regime, fui sorpreso e incassai molti colpi fino ad arrivare sul punto di cedere, la campanella mi salvò in estremis.

Mentre il coach mi massaggiava le spalle e mi puliva il sangue dalla faccia, lo vidi nel suo angolo gongolare per la sua impresa, se la rideva.

Fu in quel momento che realizzai che stavo nuovamente per perdere tutto, tutti i miei sacrifici fatti fino a quel momento, i miei successi, tutto stava per terminare.

Mi tornarono in mente le botte di mio padre, i suoi pugni dritti in faccia e ai fianchi. Si accese un fuoco dentro di me e divenni una furia.

Riuscì ad evitare un paio di suoi ganci e, aperto un varco nella sua difesa, mandai a segno i miei pugni con tutta la forza che mi rimaneva in corpo.

Lo colpii tre volte, il terzo pugno lo scaraventò al tappeto privo di sensi.

Marcello entrò in coma e morì dopo una settimana. Ancora una volta persi tutto.

Da quella sera non c’è giorno che non riveda la sua faccia con gli occhi rivolti in aria andare al tappeto e cadere privo di sensi… “

:-“ Ma non è colpa sua, voglio dire lei è un pugile, stava facendo quello che fanno tutti i pugili, si è trattato di una fatalità, di un incidente” – tentai di consolarlo.

:-“ No mio caro amico, quella sera non ho lottato da pugile, ho lottato contro il destino, ho lottato contro mio padre…ho lottato da assassino”

Arrivammo in via Saibaba , l’uomo mi salutò , con gli occhi lucidi. Gli offrii un altra sigaretta che accettò con piacere, lo feci accendere e con difficoltà scese dal taxi avviandosi verso un portone. Si voltò a guardarmi e alzò la mano che teneva la sigaretta come a ringraziarmi per il gesto.

Tornai finalmente a casa, stanco, provato dal rimorso di quel gigante.

Accesi la tv prima di andare a letto e ascoltai le ultime notizie al tg.

La sezione sportiva aprì con un lutto in prima pagina. Era stato trovato senza vita l’ex campione dei pesi massimi. I vicini avevano avvertito i vigili del fuoco a causa del cattivo odore proveniente dall’appartamento del pugile. Da una prima analisi sembra che la vittima si fosse impiccata circa una settimana fa, nello stesso giorno del suo ultimo incontro avvenuto quindici anni prima, in cui perse la vita il suo avversario a causa dei colpi ricevuti.

Mi accesi una Camel e guardando quei fili di fumo salire verso l’alto dissi: riposa in pace Campione.