Una fredda sera di gennaio di molti anni fa, un anziano signore avvolto in un pesante giubbotto di pelle col colletto in pelo mi fermò.

:-“ Ho bisogno di raggiungere l’aeroporto” – mi disse.

:-“Prego, si accomodi” – feci io.

Azionai il tassametro e abbassai leggermente il volume dell’autoradio.

Sedutosi gli chiesi se andasse di fretta o se fosse in ritardo. Mi disse di no.

:-“ Più che in ritardo” – continuò – “ho nostalgia di tornare a casa”

:-“ È da molto che manca?”

:-“Parecchi anni” – mi rispose, restando vago.

:-“ La nostalgia di casa è come un tarlo che si instaura nella testa e non ci da pace finchè non si torna.” – gli dissi guardandolo dallo specchietto retrovisore. – “ Dove è diretto?”

:-”Ad Alfonsa”- mi rispose secco.

:-”Alfonsa? Mai sentito nominare in tutta la mia vita”

:”- Scommetto che non ha mai sentito nominare nemmeno il monte di Longavalle”

:-“ Esattamente!”- annuii incuriosito.

:-“ Mi permetta allora di descriverle i luoghi della mia infanzia.

Dall’alto dei suoi 500 metri Longavalle sovrasta tutta Alfonsa. Nel corso dei decenni si è cercato di sfruttare ogni centimetro coltivabile, lungo i fianchi sono stati creati dei terrazzamenti, queste opere sono visibili anche da grandi distanze, muri di contenimento realizzati con pietre a secco impilate da mani sapienti. 

Il paese più vicino ad Alfonsa si trova a 35km motivo per cui i braccianti più poveri restavano a dormire a Longavalle in rifugi precari, casette circolari rustiche fatte di pietra , tronchi, paglia e tutto quello che la natura del posto offre.

Io ero fortunato , mio padre era un panettiere, avevamo un forno ad Alfonsa e la sera tornavamo a casa a bordo del carretto trainato dal nostro asino.

Col sole cocente del giorno il lavoro è molto duro, si comincia a mietere molto presto, alle quattro di mattina, ma si continua ad oltranza almeno fino alle 18:00.

Mio nonno ci ha lasciato un grosso appezzamento di terreno e in quel periodo parecchie persone lavoravano per noi per raccogliere il grano.

Era il 1930 circa e il mio ruolo era portare da bere ai braccianti lungo tutto il campo, Anacleto, il mio asinello, trainava il carretto che conteneva 12 brocche di terracotta colme d’acqua, io lo guidavo e mi fermavo ogni qualvolta qualcuno mi chiedesse da bere. Versavo dell’acqua nella gavetta che ingurgitavano molto rapidamente, poi ne lasciavano un ultimo sorso per inzuppare il fazzoletto che tenevano in testa. 

Ero molto orgoglioso del mio lavoro. Mi faceva sentire indispensabile.

A volte immaginavo di essere un templare che, in sella al suo valoroso destriero, andava in giro a combattere il terribile mostro della sete liberando tutti quei poveri cristiani dalla sua feroce morsa.

Fu in una giornata torrida che conobbi Renzo. 

Erano le dieci del mattino e il sole picchiava già forte. 

Mi fermò un ragazzino che ad occhio e croce aveva la mia stessa età.

Nonostante la sua carnagione fosse molto scura, appariva pallido e debilitato. La sua canotta logora e sporca finiva dentro dei calzoni corti marroni tenuti poco sotto l’ombelico da un cordino di canapa. Era evidentemente affaticato, provato dal duro lavoro sotto quella calura implacabile.

:-“ Posso avere un po’ d’acqua?”- mi chiese porgendomi la gavetta con mano tremante.

:-“ Subito!”- risposi. – “Sembri molto affaticato, riposati un attimo. Bevi lentamente.”- lo invitai a sedersi sul carretto.

-“ Mi chiamo Luca! Tu?” 

:- “Renzo” mi rispose tra un sorso e l’altro.

:-“ Tieni, mescola questo nell’acqua, ti sentirai meglio!” gli dissi dandogli una zolletta di zucchero. – “ é una pozione segreta dei templari, ti sentirai subito più forte!”. Scoppiammo entrambi in una grassa risata.

-“ Mi sento la testa molto pesante” – mi disse preoccupato.

-“Sarà un colpo di calore”- cercai di tranquillizzarlo.-“ credo non sia il caso che tu oggi continui a lavorare, ti va di fare il giro con me? Mi fai compagnia e ti riposi” – gli chiesi.

-“ Dobbiamo dirlo a mio padre, si trova più avanti. Accompagnami.”-

Si sistemò sul retro del carretto dove sui quattro angoli del pianale avevo piazzato dei pali di legno che facevano da supporto ad un lenzuolo teso a mò di copertura in modo che le brocche d’acqua restassero all’ombra.

-“Si torna in battaglia!” – esclamai e tirai gentilmente le redini di Anacleto che riprese il cammino.

Qualche minuto più tardi arrivammo ad un gruppo di braccianti, tra i quali era presente anche il padre di Renzo, appena sentì la voce di suo padre scese subito dal carro , gli si avvicinò e confabularono in disparte. 

Finito il consulto Renzo venne verso di me con un mezzo sorriso stampato in faccia. Era Fatta!

-“ Sono pronto a combattere al tuo fianco”- mi disse.

-“Soldato in ginocchio!”, presi la mia spada , che altro non era che un rametto, -“Ti nomino ufficialmente cavaliere templare” , poggiandola  prima su una spalla e poi sull’altra.

A mezzogiorno avevamo già svuotato tutte e 12 le brocche. La sete non aveva risparmiato nessuno.

:-“È ancora presto, dobbiamo andare a riempire dell’altra acqua.” – dissi a Renzo.

:-“Sono con te mio capitano!”- fu la sua risposta immediata.

Il ruscello si trovava a un paio di km più a valle. La stradina sterrata che portava al corso d’acqua era una serpentina di tornanti che si alternavano ad ampie radure e rettilinei in mezzo agli alberi.

Anacleto procedeva a passo lento e cadenzato. Il caldo era implacabile. 

Un corvo nero cominciò a gracchiare e a svolazzarci attorno. :-“ Sparisci bestiaccia!”- gli urlai. 

Ma questi non voleva sentirne, continuava a volare sopra le nostre teste, a tratti sembrava quasi volesse attaccarci scendendo in picchiata e puntando ai nostri corpi. 

Portavamo le braccia al capo per cercare di proteggerci da un eventuale beccata.

Anacleto accelerò il passo come infastidito a sua volta da quel terribile pennuto. 

Più avanti la boscaglia si infittiva ed esortai l’asino ad andare più veloce sperando che in mezzo a quegli arbusti il corvo ci avesse lasciati in pace.

Poco prima di inoltrarci tra la vegetazione quell’uccellaccio del malaugurio virò e smise di tormentarci.

Il sentiero era appena accennato , gli alberi erano molto vicini tra loro impedendo alla luce di filtrare, era quasi buio, e una frescura umidiccia refrigerò immediatamente la nostra pelle bollente.

Fu come attraversare una porta che conduceva in un altra dimensione. 

Il frinire dei grilli si fece più sostenuto. Versi indistinti di animali riecheggiavano attorno a noi. 

Alcuni apparivano sinistri e tetri. 

Subito ci sentimmo come osservati e a disagio.

Ad un certo punto ebbi come l’impressione di vedere in lontananza la sagoma di una donna dai lunghi capelli neri, ferma con le braccia conserte.

Ci guardavamo attorno spaventati ma nessuno di noi voleva darlo a vedere e restavamo in silenzio.

Improvvisamente si udì un singhiozzo alternato a flebili lamenti.

Ci gelò il sangue. D’istinto fermai Anacleto e sia Renzo che io drizzammo bene le orecchie per essere sicuri di aver udito quel pianto. 

:-“ Hai sentito anche tu?” chiesi con un filo di voce.

:-“ S-si!” Annui Renzo deglutendo rumorosamente.

Il silenzio era assordante , innaturale, potevamo sentire il battito accelerato dei nostri giovani cuori.

Restammo immobili ad ascoltare. 

Dal nulla un gatto nero balzò sulla schiena di Anacleto emettendo un miagolio acuto facendoci saltare in aria! Il povero asino si agitò parecchio scalciando nervosamente rischiando di farci volare per terra.

:-“Sbrighiamoci ad attraversare questo tratto.”- mi disse Renzo cerando di mantenere la calma.

.-“ Hai perfettamente ragione” – gli risposi prendendo in mano le redini. :-“Dai Anacleto, cammina!”

La paura regnava sovrana, quello stesso sentiero che attraversato in compagnia dei nostri genitori non ci aveva mai impensieriti, adesso assumeva dei contorni grotteschi e terrificanti. 

Ogni cespuglio, anfratto, sasso, assumeva forme diaboliche , puntini luminosi in lontananza diventavano occhi malvagi che ci spiavano.

Iniziammo a tremare dal freddo e dal terrore.

Preso dal panico cominciai a schioccare le redini nervosamente, Anacleto iniziò a trottare. 

Le brocche vuote tintinnavano colpendosi reciprocamente, i nostri corpi erano strattonati dalle asperità del terreno attraversato a velocità. 

Il rumore degli zoccoli cominciò a diventare sempre più ipnotico nelle nostre menti, quello scalpitio si fece sempre più assordante .

La mia vista fu dapprima annebbiata e poi confusa, gli alberi, i rami, i cespugli, tutto cominciò ad essere confuso e a muoversi vorticosamente. 

Persi l’orientamento, il senso del tempo e dello spazio. 

Tutto fu ovattato, rallentato.

Non sentivo più il mio corpo. Le mie braccia sembravano essersi allungate a dismisura  e non riuscivo a scorgere le mani.

Vedevo  immagini di marionette ghignanti, templari decapitati sul dorso di cavalli scheletrici. Si udivano risate demoniache.

Anacleto girò la testa di trecentosessanta gradi, sbuffando nervosamente, e iniziò a piangere lacrime di sangue. Osservai quelle lacrime uscire dai suoi occhi e solcargli il viso , arrivate al suolo ci fu un grosso boato e tutto cessò all’istante.

Eravamo fuori dal folto boschetto. Renzo era accanto a me immobile con lo sguardo spento, perso all’orizzonte. 

Io nel tentativo di scendere dal carretto ruzzolai per terra. Vomitai l’anima. Mi sembrò di aver appena messo piede sulla terraferma dopo essere stato un giorno intero su una barchetta in balia di una tempesta. 

:-“ Guarda!” mi disse Renzo indicando col dito in direzione di una casetta. :-“ La vedi anche tu?”

Una figura femminile ammantata di nero. Nonostante la distanza sembrava che mi stesse fissando negli occhi.

Continuai a guardarla finché raggiunse l’uscio aperto e scomparve.

Renzo scese dal carretto e cominciò a correre in direzione della casa.

:-“ Dove diavolo vai?” gli urlai, “Fermati”.

Incurante dei miei richiami continuò nella sua folle corsa. Correva a perdi fiato , come un matto.

Nel tentativo di raggiungerlo iniziai a correre anch’io.

Vidi Renzo varcare la soglia della porta , mi affrettai ma inciampai in una radice che fuoriusciva dal terreno e caddi rovinosamente a terra alzando una piccola nuvola di polvere.

Quando ripresi i sensi ero a casa mia, non so di preciso per quanto tempo fossi rimasto svenuto.

:-“Renzo, Renzo!” furono le prime parole che urlai. Mia madre che sedeva al mio capezzale si precipitò a consolarmi.

:-“ Amore mio, non ti affaticare, stai tranquillo, sei qui con noi adesso.”- mi sussurrò amorevolmente.

:-“dov’è Renzo? e cosa è successo?” – le chiesi frastornato.

:-“ Ti abbiamo trovato disteso per terra poco distante dal carretto, lungo la strada che porta al ruscello, Renzo non sappiamo dove sia, nessuno riesce a trovarlo…i suoi genitori sono molto preoccupati, lo cercano da un paio di giorni ormai. “- mi raccontò passandomi delicatamente la mano tra i capelli.

:-“ l’ho visto entrare di corsa in quella casa, ho provato a raggiungerlo ma sono caduto e…”

:-“Quale casa amore mio? non ci sono case in quel tratto di strada” – fece mia madre.

:-“Eppure io l’ho visto mamma, una casa bianca, un po’ diroccata , c’era una signora ferma davanti la porta, aveva dei lunghi capelli neri e una manta che la copriva fino alle ginocchia…Renzo l’ha vista entrare e subito si è messo a correre per raggiungerla.”- 

:”- Luca devi avere avuto delle allucinazioni, non c’è mai stato niente di simile in quella zona, l’unica cosa certa è che tu eri riverso a terra , privo di sensi , e che non c’è nessuna traccia di Renzo, purtroppo…Riposati gioia mia, sono due giorni che ti lamenti e dimeni nel sonno, hai avuto la febbre molto alta e siamo stati molto in pensiero per te…”- mi cambiò lo straccio sulla fronte e mi rimboccò le coperte fin sotto al naso, io cercai di elaborare quelle nuove informazioni ma nel giro di pochi minuti caddi in un sonno profondo.  

Gli anni trascorsero in fretta, abbastanza tranquilli, anche se questa storia non mi ha mai lasciato in pace, che fine ha fatto Renzo, cosa accadde in quel tratto in strada?

Scoppiò la seconda guerra mondiale e io e tantissimi miei coetanei fummo chiamati alle armi.

Gli orrori della guerra sono dei pesanti fardelli che ci si porta dentro a vita.

Fazioni opposte formate da giovani figli, fratelli, padri, uomini al fronte con la sola colpa di essere nati sotto bandiere diverse.

L’odore della morte, del sangue ; cadaveri ai quali dopo un po’ ci si fa l’abitudine, è incredibile come l’essere umano si abitui in fretta anche a situazioni che di umano non hanno più nulla. 

Ben presto gli incubi sostituirono i sogni , il fantasma di Renzo aleggiava sui corpi che incontravo nel mio cammino. Smisi di guardare in faccia i morti e i vivi e imparai a vivere senza pensare a queste cose.

Dopo un periodo di un paio di anni in fanteria feci richiesta di entrare in aviazione e ben presto presi il brevetto di volo e venni assegnato ad una compagnia di ricognizione aerea.

Alle 5 di mattina  del 30 settembre del 1944 suonò l’adunata. Fummo convocati nell’hangar principale per un rapido briefing: mitragliare e bombare le linee nemiche tedesche lungo i Balcani. Ci consegnarono le mappe con le istruzioni di volo e gli obiettivi sensibili e ci ordinarono di partire immediatamente.         

Salì a bordo del Baltimore ( ne avevamo una piccola flotta donataci dagli Americani) e presi il volo per adempiere ai miei doveri.

La partenza non fu delle migliori, quei propulsori erano troppi potenti per quelle lattine belliche, ma riuscii a prendere quota e procedere verso la mia rotta.

A bordo c’era un rumore assordante che non di rado mi distraeva dal controllare la strumentazione e la mappa posizionata sulla mia gamba. La radio era fuori uso, in pratica si utilizzavano mezzi poco efficienti afflitti da gravi malfunzionamenti.

Mentre ero intento a controllare altitudine e posizione fui assalito da degli strani brividi, mi sembrava di avere la schiena completamente nuda ed esposta all’aria.

Poi un formicolio si impossessò delle mie dita passando per entrambe le braccia fino alle spalle. Ebbi perfino la sensazione di sentirmi chiamare per nome diverse volte in quei frangenti , “LUCA, LUCA”, quella voce mi suonava stranamente familiare.

Pochi minuti ancora e  fu il caos, la strumentazione si spense del tutto, i propulsori cominciarono a borbottare e tutto l’aereo strattonava oscillando pericolosamente. Cominciai a perdere quota senza riuscire a controllare il Baltimore, i comandi sembravano rispondere a intermittenza o non rispondere affatto. 

Una scarica di adrenalina, potente come una scossa elettrica da 200 volt, mi preparò al peggio, lottai con tutte le mie forze per tenere quel bestione in aria mentre vedevo il suolo farsi sempre più vicino fino all’inevitabile impatto…

Fortunatamente ero riuscito a sollevare il muso dell’aereo e impattai con la pancia in una zona montana pianeggiante e priva di alberi. Le lamiere che sfregavano contro il terreno producevano scie di scintille lunghe diverse metri. Un suono orribile di ferraglia e distruzione che non dimenticherò mai.

Percorsi diverse centinaia di metri prima che quello che restava del mio aereo si fermasse . Durante la sua corsa sulla pancia si era inclinato diverse volte spezzando le ali e perdendo perfino un propulsore. 

Quel brusco atterraggio sarà durato una trentina di secondi ma a me sembrarono ore interminabili. 

Una volta fermo mi precipitai ad uscire dato l’alto rischio di un imminente esplosione.

Mi buttai letteralmente fuori dall’aeroplano e cominciai a correre più veloce che potevo, senza guardarmi indietro, pochi secondi prima che un boato seguito da una grande onda d’urto bollente mi scaraventasse per terra.

Rimasi spalmato al suolo qualche minuto per prendere fiato e rendermi conto che fossi ancora vivo e tutto intero

La pesante giacca in pelle e il casco avevano minimizzato i danni . Mi alzai sulle mie gambe e tolsi il casco, nella caduta la Beretta M34 che tenevo al petto si era quasi sganciata . 

Ripresomi dall’incidente realizzai immediatamente di trovarmi a Longavalle, vicino al terreno dei miei genitori.

Impugnai la pistola, misi il colpo in canna e mi incamminai verso quei sentieri che conoscevo a menadito.

Controllai l’orologio, erano le 6 e mezza, conclusi quindi di non essere rimasto in volo per molto tempo dopo il decollo.

Strada facendo mi tornò in mente il mio amico Renzo.

Ma certo! Quella voce che mi chiamava in volo, era la sua. 

Decisi di tornare sul luogo del fattaccio, dopo tanti anni, visto che non ebbi mai il coraggio di farlo.

Dopo circa un’ora di marcia arrivai nei pressi del sentiero che porta a valle, mi trovavo infatti nel terreno di mio nonno abbandonato,ormai, dall’inizio della guerra.

Se chiudevo gli occhi potevo vedere i braccianti intenti a lavorare nelle loro canottiere sudate, li vedevo fare fasci di spighe, e malinconicamente ricordai quanto mi sentissi fiero in sella al mio asino. Ebbi una stretta al cuore ripensando a quei giorni spensierati, la guerra era solo un ricordo lontano. 

Continuai a camminare lungo il sentiero giungendo alla radura poco prima del folto boschetto. Una leggera paralisi mi fece desistere dal continuare ad andare avanti.  

Per Dio, ho 28 anni, ho affrontato terribili battaglie, eppure la vista di quel posto ancora mi terrorizza.

Raccolsi tutto il mio coraggio, feci un respiro profondo, strinsi la pistola e mi addentrai nel boschetto.

Niente sembrava essere cambiato, gli alberi fitti continuavano a fare buio, la vegetazione selvaggia e incontrastata avvolgeva quel sentiero ora più che mai.

Mi muovevo con circospezione , in alcuni punti era difficile proseguire per via dei rovi che crescendo stavano per inghiottire quella mulattiera. Mi graffiai diverse volte addentrandomi in quel budello vegetale , e più andavo avanti e più esso sembrava restringersi. Cominciai a sentire un forte disagio e mi tornò quella sensazione di essere osservato.

Con grande fatica riuscì a venir fuori da quel corridoio maledetto. Fu grande la sorpresa nel non trovare nessuna casa bianca diroccata nelle vicinanze, solo alberi e vegetazione. Come era possibile? Che fine aveva fatto quella costruzione?

Mentre ero in preda a mille riflessioni un urlo mi destò dai miei pensieri

 :-“ Altolà! “ – mi gridò un uomo da lontano puntando un fucile nella mia direzione.

:-“ Italiano!” – gli risposi – “ sono precipitato con l’aereo poco più a nord” – continuai.

Dai cespugli sbucarono altri 15 uomini armati, non indossavano nessuna uniforme, erano partigiani.

-“ ci ha risparmiato un po’ di strada “- disse uno di loro – stavamo per salire a controllare dopo aver sentito quell’esplosione”- continuò.

:-“ Già “- feci io – “il mio aereo ha deciso di non rispondere più ai comandi e ha provato a uccidermi, per fortuna sono sopravvissuto” .

:-“ Le serve aiuto? Possiamo aiutarla in qualche modo?” – mi chiese un altro.

:-“ beh visto che sono partito molto presto stamattina mi piacerebbe fare colazione! Avete un po’ di latte e caffè?” – chiesi con irriverenza.

:-“ Ma certo! Ci segua! Abbiamo le tende qui vicino , è un onore aiutare un alleato.”

Seguì il gruppo. Erano in sedici, dodici uomini e quattro donne. Avevano un’età compresa tra i 16 e i 60 anni. Erano tutti di Alfonsa e i più anziani dopo esserci presentati mi riconobbero in quanto conoscevano i miei genitori.

Giungemmo all’accampamento dove vi erano altri 4 uomini armati di guardia. Furono sorpresi nel vedere un soldato in uniforme. 

Mi fecero accomodare e mi servirono una tazza di latte, un po’ di caffè e del pane raffermo.

Approfittarono tutti della mia presenza per fare quattro chiacchiere e rifocillarsi, tra una cosa e l’altra venne fuori anche la storia della sparizione del povero Renzo.

:-“ È successo proprio dove ci siamo incontrati” – dissi buttando giù un po’ di pane. – “ Solo che da dove siete sbucati c’era una casa bianca, diroccata , sull’uscio una donna vestita di nero con lunghi capelli neri, il povero Renzo la vide entrare e le corse incontro, io provai a seguirlo ma inciampai e caddi a terra perdendo i sensi” – 

:-“ Una casa? Non c’è mai stata nessuna casa qui!” – mi disse un giovane partigiano.

:-“ Una donna vestita di nero avete detto? “- mi chiese quello che sembrava essere il più anziano.

:-“Si” – risposi – “una figura inquietante, ti faceva sentire gli occhi puntati addosso anche se si trovava molto distante”.

:-“ C’è una vecchia leggenda su Longavalle, me la raccontava mia nonna quando facevo i capricci.” – disse il partigiano.

:-“ Si narra che sul finire del 1800 vivesse proprio qui vicino una specie di eremita , un tipo solitario. Viveva di caccia e agricoltura . Al contrario di quanto si potesse pensare non era un povero ignorante bensì uno studioso caduto in disgrazia. 

Aveva dedicato gran parte dei suoi studi ad un antico manoscritto e in particolare modo ad una mappa di Longavalle che indicava l’ubdicazione di un antico tesoro. 

Trascorse diversi anni in giro per questi boschi senza mai trovare nulla finché non riuscì a tradurre per bene una nota a piè pagina che diceva che l’unico modo per “aprire” il forziere era sacrificare la propria amata a mezzanotte trafiggendole il cuore con un pugnale d’argento. Il rito doveva avvenire sopra una determinata roccia che irrorata dal sangue della vittima avrebbe mostrato il tesoro. Lo studioso viveva da solo e non aveva nessuna relazione sentimentale ma non si perse d’animo e tornò in paese. Convinse una prostituta a seguirlo nei boschi e a mezzanotte in punto la pugnalò proprio sopra la roccia. Una nebbia improvvisa invase la zona e dal nulla sbucò una casa bianca. Bramante di impossessarsi del tesoro l’eremita si precipitò dentro dove trovò seduta al centro di una grande stanza traboccante di pezzi d’oro una donna ammantata di nero, con dei lunghi capelli neri. Ella gli chiese se fosse lui il giovane che aveva sacrificato la vita della propria compagna . Lui annuì senza riuscire a distogliere lo sguardo da tutto quell’oro. Un boato squarciò il tetto e la donna fu avvolta dalle fiamme senza bruciare, la sua voce diventò maschile e baritonale. Tu insulso essere umano , come osi prenderti gioco del demonio? Credevi di riuscire a imbrogliarmi sacrificando una puttana? Che tu sia dannato in eterno, tutta la tua progenie per 100 generazioni possa non trovare mai pace perdendo tutti i primogeniti. L’uomo venne arso vivo da alcune fiamme che uscirono dagli occhi della donna e quando di lui non rimase che tizzone umano fumante e annerito la nebbia svanì e con essa la casa.

:-“Ma non è possibile”- dissi incredulo. -“è solo una vecchia storiella inventata per mettere paura ai bambini ed impedirgli di vagabondare per i boschi!”

:-“ Però avete visto la casa “ – incalzò il partigiano – “nessun altro riesce a vederla e avete visto pure la donna vestita di nero”.

Effettivamente non conoscevo quella leggenda , anche se rifiutavo l’idea di credere in una maledizione tutto sembrava plausibile. Forse Renzo era un pronipote dell’uomo e una volta giunto nei pressi della Casa la maledizione ha rivendicato la sua vittima attirandolo in una trappola. Volevo vederci chiaro, ma come fare?

:-“Accompagnatemi alla roccia, ho un idea!”

:-“ Cosa intende fare?” – chiese il mio interlocutore

:-“ Non so se funzionerà , portatemi lì, presto!”

Il vecchio partigiano imbracciò la sua mitraglietta e mi fece cenno di seguirlo tra l’incredulità generale, alcuni scuotevano la testa , altri formavano dei piccoli cerchi con le dita vicino alle tempie pensando che fossi impazzito.

Giungemmo alla grande pietra che si trovava esattamente dove anni fa avevo visto la casa e dove pochi minuti prima erano sbucati i partigiani.

Salì sulla roccia, estrassi il mio coltellino e mi procurai un taglio al polso, lo poggia sul sasso in modo che il sangue potesse defluire attraverso le venature, subito la terra iniziò a tremare scuotendo gli alberi e procurando delle crepe nel terreno.

:-“ Che cosa hai fatto? – mi urlò il partigiano bianco come un lenzuolo – Scappiamo!”

Una nebbia fitta cominciò a defluire dai solchi aperti dal sisma , si innalzò per almeno un paio di metri e poi si dissolse mostrando la casa bianca.

:-“ Che stregoneria è mai questa?”- si chiese il partigiano sul punto di svenire.

Una voce tuonante proveniente dalla casa ci interrogò

:-“ Chi osa disturbare il mio sonno? Cosa volete miserabili umani?”

:-“ Renzo!”- Gridai in direzione della porta – “Voglio Renzo!”

:-“ Illuso! – mi ammonì la voce – “non è questo il modo di aprire il portale, tuttavia voglio darti una possibilità, il tuo Renzo in cambio del sacrificio del tuo amico qui presente”

:- “ No”- urlai – non puoi chiedermi questo”

:- “ in tal caso prenderò entrambe le vostre insignificanti vite e tornerò al mio sonno”

Dal terreno delle radici cominciarono ad avvilupparci, rapidamente dai piedi giunsero ai nostri fianchi mentre lo spirito malvagio ghignava rumorosamente.

:-“ Aspetta, aspetta, farò come vuoi” – dissi alla casa.

:-“ Bene sto aspettando” – rispose il demone.

:-“ Ecco qual era il tuo piano, maledetto, che tu sia dannato” – inveì il partigiano – “ti prego non uccidermi, ti prego” piagnucolò.

Impugnai la mia pistola mentre il partigiano si dimenava e disperava nel vano tentativo di liberarsi da quelle radici.

:-“ Perdonami…Renzo” sussurrai . Guardai negli occhi il partigiano, alzai il mio braccio armato, puntai la pistola alla mia tempia e mi sparai.

La voce emise delle urla demoniache mentre la casa cominciò a sgretolarsi e a crollare su se stessa. Allo stesso tempo le radici si sbriciolarono liberando i nostri corpi.

La grossa pietra che fingeva da altare satanico si sgretolò e i suoi resti sprofondarono nel terreno, al suo posto furono spinti in superficie i resti di diversi corpi ormai scheletrici tra i quali quelli del giovane Renzo.

In seguito i partigiani diedero una degna e cristiana sepoltura a quei corpi.

:-“ Wow che storia allucinante “- dissi al cliente – “ma se nel racconto lei si spara alla tempia come fa ed essere ancora vivo?”

Non ricevetti nessuna risposta e quando mi voltai mi accorsi che non c’era nessuno seduto dietro.

Giunto ormai all’aeroporto scesi dal taxi ancora scosso e incredulo per l’accaduto e mi diressi al bar. 

Presi una birra e tornai in macchina. Mi fermai al parcheggio dal quale si vedeva la pista e proprio in quel momento un aereo si preparava al decollo. 

Bevetti un sorso e allungai la bottiglia in direzione dell’aeromobile che aveva spiccato il volo.

:-“ Alla tua salute Luca e al povero Renzo.” 

Restai un po’ a fissare l’aereo che scompariva nel cielo immaginando che Luca si trovasse a bordo diretto verso casa.