Lo spettacolo itinerante.

Le grosse ruote del carro solcavano pesantemente la strada lasciando profonde ferite sul terreno, io le guardavo , guardavo i segni per terra nascere e inseguirci. 

Gli spostamenti tra una città e l’altra duravano a volte anche giorni .

Mi chiamo Morgan e sono l’assistente del signor Louis.

Il carro sul quale viaggiamo è la nostra casa e il nostro teatro.

Portiamo in giro uno spettacolo di magia, incantiamo il pubblico con i nostri numeri unici al mondo, o almeno è così che recitano le fiancate della nostra enorme carrozza trasformabile.

Il signor Louis mi ha adottato 15 anni fa, era il 1870, avevo 5 anni. 

Mio padre era morto un anno prima lasciando me e altri 9 fratelli in totale povertà.  

Quel giorno mia madre ed io avevamo assistito allo spettacolo, data la mia tenera età e il mio aspetto gracile ero l’unico che non lavorava, una bocca in più da sfamare che non contribuiva a mandare avanti la famiglia. 

Il Signor Louis a fine spettacolo passò tra il pubblico con in mano il suo cappello per ricevere un offerta, quando arrivò davanti a noi mia madre, piangendo, mi spinse in avanti. Louis sorrise, non si scompose, sembrava quasi che se lo aspettasse, mi avvolse un braccio attorno al collo e continuammo assieme a riscuotere tributi tra il pubblico. Io mi sentii disorientato, guardavo Louis , mi voltavo a guardare mia madre che si asciugava le lacrime, volevo correre verso di lei ma allo stesso tempo quell’uomo così affabile e straordinario mi trasmetteva una sensazione di pace e tranquillità che non avevo mai provato prima se non quando mio padre mi prendeva in braccio prima di mettermi a letto e mi dava , di nascosto dai miei fratelli, uno zuccherino. 

Chi donava una moneta, chi un frutto, chi si alzava prima che il cappello arrivasse. 

Al nostro passaggio tutti confabulavano sommessamente , ricordo anche chi urlò : “Vergogna!” in direzione di mia madre. 

Quando la piazza si svuotò, Louis sollevò i piedi mobili del pavimento del palco che era costituito da due pianali che scorrevano l’uno sull’altro,e che si allargavano sopra le ruote sporgendo di un paio di metri sia a destra che a sinistra,  li fece scorrere prima da un lato e poi dall’altro. Successivamente attraverso un sistema di funi ripiegò le ali laterali e la tettoia fino a formare un cubo sul retro del carro.

Al centro, tra il posteriore che si trasformava in palcoscenico e il sedile da cocchiere, c’era un piccolo spazio completamente al chiuso adibito a camera da letto.

Quella sera la mia cena fu una mela, un pezzo di pane e un bicchiere di latte, dal retro  del carro dove alloggiavo , vidi attraverso la finestra le case diventare sempre più piccole fino a sparire inghiottite dal buio.

Viaggiammo per circa un’ora prima di fermarci in una radura , sentii il signor Louis intimare “Eeeeeasy” ai due cavalli che si fermarono dopo qualche nitrito. Scese e accese un fuoco vicino al carro. Io rimasi seduto, ero infreddolito, impaurito, arrabbiato. Mia madre mi aveva appena consegnato ad un estraneo e piangevo pensando che se mio padre fosse stato ancora vivo questo non sarebbe mai successo.

Prima di ritirarsi a letto il signor Louis fece il giro, mi diede una coperta e mi disse semplicemente buonanotte, entrò nella cameretta dalla porticina sul davanti e andò a dormire.

Inutile dirvi che fu la notte più lunga della mia vita. 

Fortunatamente ad un certo punto riuscii ad addormentarmi.

Oggi , a vent’anni, non ho ancora perdonato quel gesto sconsiderato di mia madre, anche se devo ammettere che probabilmente si è rivelata una scelta fortunata. Il signor Louis mi ha cresciuto come un figlio, mi ha insegnato a leggere e a scrivere, mi ha fatto da padre e da madre anche se a modo suo.

Non mi ha mai picchiato o maltrattato , uomo di incredibile cultura mi ha insegnato tutto quello che so, ma c’è una cosa sulla quale mantiene il massimo riserbo, la sua malattia. 

Ultimamente credo sia peggiorato e dato che la notte quando sta male non si riesce quasi nemmeno a dormire, se siamo in una città prendo una camera in una locanda.

Diverse volte gli ho chiesto di cosa soffrisse ma lui non mi ha mai voluto dire nulla, credo non voglia farmi preoccupare , a me sinceramente dispiace perchè è un brav’uomo e nonostante da qualche parte abbia una madre e 9 fratelli, se lo dovessi perdere resterei completamente solo a questo mondo.

La cittadina di Greenstoneville è una ridente comunità moderna, servita dalla ferrovia. Il municipio sorge in piazza e si erge maestoso in tutto il suo splendore architettonico,

alla sua sinistra c’è una chiesa , una struttura di più antica costruzione dotata di campanile. Lungo le vie principali si trovano diversi negozi, dal sarto al barbiere,dall’armeria all’emporio, c’è perfino un cinema. L’ufficio dello sceriffo è vicino al saloon, entrambi distanti dalla piazza, ma vicini a dove ci piazzeremo per lo spettacolo. 

Dietro di noi, in lontananza, ci sono le segherie e le acciaierie che producono i binari per i treni. 

Più a valle un folto boschetto.

Mi piace quando facciamo tappa in una moderna cittadina , odio le città rurali o sperdute tra le montagne abitate da gente rozza e rissaiola, non capita di rado infatti che gli incassi a fine spettacolo in questi posti siano quasi del tutto inesistenti.

Non è ancora ora di pranzo, così mentre il signor Louis è intento ad accendere il fuoco per preparare il cibo io mi armo di secchio, colla e pennello per tappezzare i muri di volantini che informano dello spettacolo che si terrà questa sera.

Le strade sono molto trafficate, un viavai di carrozze con a bordo gente elegante, uomini in panciotto e signore in vistosi abiti e pittoreschi cappelli. Perfino il saloon è elegante, non si tratta della solita bettola polverosa frequentata da ubriachi pistoleri pronti a dar voce ai revolver . Il barista indossa un uniforme verde, i tavoli sono puliti e ordinati e distinti signori sono intenti a leggere il giornale o a giocare tranquillamente a carte sfumacchiando grossi sigari. 

Ad un tratto, in lontananza, uno scalpitio di zoccoli e urla di incitamento , un gruppo di brutti ceffi a cavallo, quattro per la precisione, a guidarli un tipico gringo in spolverino nero di pelle , doppia bandoliera a tracolla e due revolver ai fianchi. Sono grossi, minacciosi e impolverati e hanno tutta l’aria di aver galoppato a lungo.

Quel chiasso ha attirato l’attenzione dello sceriffo e dei suoi vice che, impalati sul porticato con in bella vista le stelle dorate appuntate sul petto, si scambiano sguardi severi coi nuovi arrivati intenti a legare i cavalli davanti all’entrata del saloon.

Al loro ingresso fu come se si fosse fermato il tempo, calò il silenzio, la gente smise di giocare a carte, quei gentiluomini che prima erano chini a leggere il giornale alzarono lo sguardo verso quelle brutte facce e restarono immobili.

“Che cosa avete da guardare è così che accogliete i nuovi arrivati in città?” chiese ad alta voce quello che doveva essere il capo della banda, “Non cerchiamo grane, continuate pure, veniamo in pace!” 

Ero rimasto sull’atrio del saloon ad assistere alla scena e a quel punto non volevo perdermi il seguito, misi da parte il secchio con la colla e alcuni volantini che mi restavano da affiggere e mi recai al bancone.

Ordinai un moonshine , poco dopo anche il tizio con lo spolverino di pelle si avvicinò al bancone. Gli altri tre si sedettero ad un tavolo, uno indossava un ingombrante sombrero nero, i suoi due compari dei cappelli da mandriano in pelle. Erano tutti armati fino ai denti, quello col sombrero aveva un fucile tipo Carcano a ripetizione, una fondina con un revolver e un grosso coltello da caccia al fianco. Avevano anche dei fucili a pompa e un paio a canne mozze. 

“Vogliate scusarci per prima” disse il barista, “ma non siamo abituati a vedere gente armata di tutto punto come voi”

“Capisco” rispose pacatamente il capobanda. “Sono sicuro che conducete una vita tranquilla e civile da queste parti, ma da dove veniamo noi la civiltà sembra non essere ancora arrivata e fatti gravi di sangue ci hanno indotto ad essere preparati al peggio.”

“Deve essere una cosa molto seria” continuò il barista.

“Proprio così. Mi chiamo Arthur Morrison, loro sono Pedro, Miguel e Isaia, siamo agenti governativi, da diverso tempo siamo sulle tracce di uno spietato serial killer, uno di quelli che non ha pietà per le sue vittime, una bestia.”

“Oh Gesù!” esclamò il barista facendosi il segno della croce. “ e credete che sia qui?” continuò a chiedere.

“Non lo sappiamo, seguiamo semplicemente la scia di morti che si lascia dietro, l’ultima vittima è stata trovata a Roseville, un paesino a pochi giorni ad est da qui”.

Roseville… rimuginai…anche noi venivamo da li, la settimana scorsa avevamo fatto una serata in quel posto.

“Una giovane ragazza, la figlia del sagrestano, è stata ritrovata sulle rive di un fiume, gli abiti strappati, il volto completamente sfigurato, gli occhi cavati, le mancava una gamba e un braccio, e come tutte le altre vittime presentava lungo tutto il corpo delle profonde ferite, in alcuni punti tanto profonde da mostrare le ossa”

Quella scena descritta da Arthur mi provocò il voltastomaco, anche il barista era visibilmente turbato.

“Ci fermeremo qui qualche giorno, avete una locanda da consigliarci? Abbiamo bisogno di un bel bagno caldo e di letti comodi.”

“Potreste alloggiare alla locanda di Isabel, proprio qui vicino, ad un centinaio di metri” rispose il barista ancora sconvolto per quello che aveva sentito.

Arthur lo ringraziò per la dritta e andò al tavolo dai suoi compari, io finii il mio moonshine e tornai dal signor Louis.

Lo trovai intento a preparare dei fagioli al sugo, c’era un profumino nell’aria che veniva fame solo a sentirlo! Durante il pranzo gli parlai di quello che era successo al saloon, dell’arrivo degli agenti governativi, del serial killer ricercato. 

Restò sconcertato quanto me nel sentire che a Roseville c’era stato un efferato omicidio. 

I fagioli erano buonissimi, Louis era un ottimo cuoco, bevemmo un po’ di vino e ripassammo il copione per lo spettacolo, lo stesso da anni, forse da sempre, qualche numero da sputa fuoco, giochi di carte da prestigiatore e in chiusura il pezzo forte, il numero di telepatia. 

Non ho idea di come facesse ma Louis sembrava veramente in grado di leggere nel pensiero; mi faceva scendere tra il pubblico dove sceglievo uno spettatore a caso e lui riusciva sempre a indovinare a cosa stesse pensando, che si trattasse di un numero, un colore o un nome di persona, non l’ho mai visto sbagliare.

Lo spettacolo iniziò puntuale alle nove di sera. Si era radunata una gran folla , persino Arthur e i suoi uomini erano presenti. 

La gente sembrava gradire molto il nostro spettacolo, e quando Louis inghiottì una lunga spada infuocata una signora nelle prime file accusò un malessere e svenne mentre il pubblico applaudiva fragorosamente.

“E adesso signore e signori vi chiedo di fare silenzio, ho bisogno della vostra collaborazione affinchè possa prepararmi adeguatamente per il numero a seguire” fece Louis portandosi al centro del palcoscenico, “il mio assistente Morgan scenderà fra voi e sceglierà una persona a caso, la quale, dovrà pensare intensamente ad un colore in modo che io possa entrare nella sua mente per vedere il colore che ha scelto”. 

Calò un silenzio tombale tra il pubblico, tutti gli occhi erano puntati su di me, mi seguivano passo dopo passo finchè non mi fermai, scelsi un signore sulla quarantina  e lo invitai ad alzarsi . 

“Buonasera signore” disse Louis dal palco, “la prego gentilmente di scegliere un colore e di pensare intensamente solo a quello”.

L’uomo annuì e restò in silenzio con lo sguardo fisso al centro del palco su Louis.

Portando pollice e indice sull’attaccatura del naso, in mezzo agli occhi, Louis si concentrò. 

“La prego pensi ancora più intensamente al colore da lei scelto, immagini il mare di quel colore, il cielo di quel colore…” 

Gli spettatori erano come sospesi sul ponte immaginario venutosi a creare tra Louis e quell’ uomo in piedi tra il pubblico.

“Ci siamo quasi” continuò, sforzandosi maggiormente, “…il colore che lei sta pensando è…il rosso!”

A quelle parole l’uomo sorrise vistosamente, mi guardò, si guardò attorno ebetito e urlò : “Esatto!”.

Il pubblico si alzò in una standing ovation, urlando e battendo le mani, tutti erano felici come se si fosse trattato di un isteria collettiva applaudivano e si agitavano, erano in visibilio.

Una voce fuori dal coro interruppe la gioia di quel momento, quella di Arthur Morrison.

“Andiamo, non crederete veramente a queste baggianate? Saranno dei compari!”

Tutti si fermarono a guardarlo. “Vediamo se sei bravo anche con me” continuò.

“Signore “ , feci io, “ la lettura del pensiero è un numero debilitante che richiede una grande quantità di energia spirituale e concentrazione, non credo che il signor Louis possa continuare….”

“Morgan, lascia pure che si renda conto di persona che quello che faccio è reale” mi interruppe Louis.

“Bene! Allora ?!? Sto aspettando. A quale colore sto pensando?” Chiese in tono di sfida Arthur che probabilmente aveva pure bevuto un po’ troppo.

“Gentile spettatore non capisco bene a quale colore state pensando ma posso consigliarvi di fare molta attenzione a quello che vi aspetta. Lei e i suoi uomini dovete essere molto prudenti, state cacciando un predatore molto cattivo, vi state addentrando pericolosamente nel suo territorio, non dovete prendere questa cosa alla leggera”

Il sorriso arrogante di sfida sulla bocca di Arthur lasciò rapidamente posto ad un espressione di incredulità, quell’avvertimento lo fece letteralmente arretrare, “ma cos…” non riusciva nemmeno a finire la frase tanto era grande il suo stupore. 

Il pubblico non colse completamente il significato di quelle parole ma vedendo il cambio repentino di espressione sul volto di Arthur un brusio di supposizioni si levò nell’aria.

Louis a quel punto scese tra il pubblico col suo cappello rovesciato in mano. 

Fu una serata molto remunerativa, quei colpi di scena ben disposero la gente a donare qualche moneta in più del previsto. 

Quando Louis fu davanti ad Arthur i due si guardarono fisso negli occhi, “come hai fatto?” gli chiese, “sei amico del barista? Te lo ha detto lui chi siamo?”

“Signore” rispose Louis, “la telepatia è una cosa reale, lei stesso mi ha comunicato il motivo della vostra visita in questo posto…”

“Non ti credo, vecchio!” La mano di Arthur si trovava sopra il calcio del revolver , era pronto ad estrarre la pistola e forse a ficcargli la canna in bocca se non fosse stato per l’intervento tempestivo di Pedro che gli bloccò il braccio e lo allontanò da noi di peso aiutato dagli altri due. 

Ottenemmo l’incasso più alto mai registrato, il cappello era traboccante di monete , c’erano addirittura un paio di pezzi d’oro.

“Louis come hai fatto a indovinare?”

“Telepatia” mi rispose, “o più semplicemente ho riconosciuto quell’uomo grazie al tuo racconto!”.

Prese un pezzo d’oro e me lo regalò. La sua spiegazione non mi convinse del tutto.

Dopo cena restammo seduti accanto al fuoco a bere moonshine e ne approfittai per chiedergli nuovamente della sua malattia.

“Mi sono accorto che col passare degli anni le tue crisi sono peggiorate, sono più aggressive, perchè non me ne vuoi parlare? Permettimi almeno di portarti da un dottore, sei troppo importante per me”.

“Morgan, guarda dove siamo, pensa a come viviamo, nomadi, perennemente in movimento. Non abbiamo nemmeno una casa vera, se non questo carro. 

Onestamente sono stanco di condurre questa vita e non permetterò mai che un dottore cominci ad usarmi come cavia per scoprire chissà che cosa. 

Da quando sei con me per ogni spettacolo che abbiamo fatto ti ho messo da parte dei soldi, voglio che quando io non ci sarò più userai quel denaro per cambiare vita. Fermati in un posto, apri una tua attività e metti su famiglia.”

Una scintilla sul suo voltò tradì le sue emozioni, aveva gli occhi rossi e delle lacrime venivano giù copiose riflettendo la luce delle fiamme.

Anche io mi emozionai, Louis in tutti questi anni aveva pensato a me , stava cercando di offrirmi un futuro migliore. Mi alzai e lo abbracciai forte. 

“Grazie…papà!”

Quella parola lo fece irrigidire, non glielo avevo mai detto, ma se lo meritava.

“Perchè non apriamo assieme un’attività adesso?” Gli chiesi.

“La mia vita è segnata. Un giorno capirai.” Rispose in maniera enigmatica facendosi scuro in volto.

Continuammo a bere e a scherzare ancora un po’ prima di ritirarci a letto. La città dormiva, nessuno era in giro, ma da li a poco si sarebbe visto qualche operaio intento a recarsi a lavoro, e poi le strade pian piano avrebbero ricominciato a riempirsi di carrozze e gente, di strilloni e lustrascarpe, di polvere nonostante le strade fossero pavimentate di lastre di pietra.

Mi svegliai tardi, avevo un terribile mal di testa (colpa dell’alcool) e mi sentivo ancora disturbato per l’incubo che avevo avuto. Avevo sognato i cadaveri fatti a pezzi e mutilati di Arthur e dei suoi uomini, un incubo che non si era risparmiato dovizie di particolari tali da farmi rabbrividire ancora ora. Arthur aveva un foro di entrata di proiettile sulla fronte e la nuca completamente mancante, in poche parole la sua testa era poco più che una faccia vuota! Sangue ovunque, a litri, misto a brandelli di carne e vestiti, delle scene raccapriccianti che, ringrazio il cielo, erano soltanto un brutto sogno. 

Louis dormiva ancora beatamente, lo sentivo russare attraverso le pareti.

Un po’ di caffè, pensai, mi avrebbe scrollato di dosso la sbornia e i brutti pensieri.

Accesi quindi un piccolo fuoco e mi preparai del caffè nero bollente.

Probabilmente l’odore intenso di quella miscela arrivò fino al naso di Louis che si svegliò e me lo ritrovai accanto, ancora mezzo addormentato con una tazza in mano.

Al caffè aggiunse del latte e vi inzuppò dei pezzetti di pane raffermo. 

“Morgan prenditi una giornata libera, niente spettacolo per oggi.” Mi bofonchiò col latte che gli colava dalle labbra. “Avverto dei brutti sintomi che mi fanno capire che stasera il mio malore mi costringerà a letto; prendi qualche moneta e trovati una camera, ma prima aiutami a spostare il carro in un posto un pò più intimo e isolato e soprattutto lontano da orecchie indiscrete e impressionabili”

Impressionabili era la parola giusta, quelle crisi lo facevano urlare come un animale, la prima volta che l’ho sentito mi raggelò il sangue.

 I sintomi che annunciavano l’arrivo delle crisi erano molto riconoscibili: mal di testa, fame acuta, e la schiena che cominciava a curvarsi e che sembrava dovesse spezzarsi da un momento all’altro. 

Spostammo il carro qualche centinaio di metri più a valle, verso il piccolo boschetto. Un posticino tranquillo.

Più tardi aiutai Louis a preparare il pranzo, si vedeva che stava male, era irritabile, scorbutico e curvo su stesso.

In quei frangenti sembrava molto fragile, ma dannatamente ostinato a fare da sé, sembrava quasi che la mia presenza gli desse fastidio e tendeva a isolarsi.

Taciturno, dopo pranzo, si ritirò in camera e nel primo pomeriggio iniziarono a sentirsi i primi lamenti.

Sellai il cavallo e mi diressi in città.

Feci tappa dal barbiere dove ne approfittai per sistemarmi i capelli e poi fresco di acqua di colonia mi diressi al saloon.

Presi un tavolo e iniziai a leggere il giornale, ordinai un wisky.

Il barista mi riconobbe, era stato allo spettacolo la sera prima.

“Giovanotto, questo lo offre la casa” mi disse contento servendomi da bere.

“Grazie” risposi sorpreso per quel gesto inaspettato.

“Ieri sera siete stati fantastici, il suo collega è bravissimo, peccato per quel fuori programma a fine serata, credo che quello straniero fosse particolarmente brillo”

“Già”, risposi, “lo penso anche io. Dite un pò dove si trova la locanda più vicina? Ho bisogno di una camera per stasera”

“C’è la locanda di Isabel, qui vicino a poche centinaia di metri, dite che vi ho mandato io!”

“Perfetto!” Esclamai.

Finii quel wisky fortissimo e mi recai al galoppo alla locanda.

Una graziosa struttura ben curata mi accolse al mio arrivo. Fuori c’era un enorme piazzale con abbeveratoi e mangiatoie per i cavalli, alcuni anche al coperto, parecchie carrozze vi erano parcheggiate. Il porticato era abbellito da piante ornamentali e vasi traboccanti di fiori colorati. Diversi archi realizzati con mattoni rossi lungo tutto il primo piano facevano da cornice a grosse giarre di terracotta contenenti palme nane.

Sulla facciata bianca caratteri rossi dipinti a pennello ben visibili dicevano: Alla Locanda di Isabel. 

Entrando si trovava un bancone in muratura dove ci si registrava e si riceveva la chiave della propria stanza. 

La sala da pranzo si trovava al piano terra, il cui ingresso era nascosto da un separè posto alle spalle del bancone, dove era possibile cenare e ascoltare buona musica. Notai anche la presenza di qualche allegra signorina, in cerca di compagnia, che non tardò a lanciarmi qualche occhiata ammiccante.  

Mi recai in camera, al piano di sopra, il pavimento in legno era scricchiolante ma coperto quasi interamente da un morbido tappeto. Il letto era comodo e vicino alla finestra. Un comodino senza fronzoli reggeva un lume ad olio. La porta difronte al letto dava sul bagno dove vidi una vasca, sapone ed essenze profumate alla rosa. 

Nel giro di cinque minuti ero completamente immerso in acqua a godermi i piaceri dei moderni bagni cittadini.

Durante il mio bagno rilassante tornai a pensare agli sguardi di quelle signorine, sentivo anche della musica e un sostenuto chiacchiericcio provenire dal piano di sotto. Non avevo esperienza con le ragazze, Louis ogni tanto mi raccontava di qualche avventura avuta con le donne in diverse città in cui era stato, ma queste conversazioni mi mettevano un po’ a disagio. 

Dopo essermi rivestito mi recai giù per cenare.

La sala ristorante era molto grande, c’erano almeno una trentina di tavoli. Pareti alte intonacate di bianco e travi in legno a vista sul soffitto. 

In un angolo c’era un camino realizzato in pietra, molto rustico.

Il pianoforte si trovava su un palchetto rialzato di almeno quaranta centimetri rispetto al pavimento. Il pianista dava le spalle al pubblico, ogni tanto girava la testa buttando uno sguardo senza mai smettere di suonare.    

Poco dopo il mio arrivo notai Arthur e i suoi uomini sedersi ad un tavolo. 

Ordinai una bistecca ai ferri e una birra. La sala si riempì in fretta e prima che ebbi finito la mia cena non si trovava più un tavolo libero.

Finito di mangiare tornai rapidamente in camera, avevo proprio voglia di fare una bella dormita su di un comodo letto.

Era una magnifica serata, il cielo stellato era privo di nuvole e dovetti accostare le tende perchè la luna piena inondava di luce la mia stanza, la illuminava quasi a giorno.

Fui svegliato nel cuore della notte da delle urla. Mi alzai di scatto totalmente nel panico, il cuore batteva all’impazzata. Mi ci volle qualche secondo per orientarmi e capire che non mi trovavo nel retro del carro. Uno stato confusionale temporaneo che veniva alimentato da quei lamenti insistenti. Cercai a tastoni i vestiti nel buio e inforcati i pantaloni mi diressi al piano di sotto come un fulmine.

Le grida si mescolavano a pianti. Un folto gruppo di persone era riunito fuori sullo spiazzale. Gente che si disperava e piangeva. 

Mi avvicinai con circospezione.

Il gruppo di persone formava un cerchio attorno a dei vestiti strappati. 

Più mi avvicinavo e più mi rendevo conto che quelli non erano soltanto vestiti ma resti di una persona. Mi feci spazio tra la folla e quello che vidi fu sconcertante.

Il corpo giaceva a pancia sotto, i vestiti erano stati strappati e ridotti a brandelli , la schiena nuda martoriata, vicino al bacino e al collo spuntava fuori la spina dorsale.

Sentì lo stomaco eseguire una capriola e dovetti allontanarmi di corsa , sboccai tutta la cena, ero impressionato e sconvolto.

Mentre cercavo di riprendere fiato arrivarono di corsa Arthur e i suoi uomini, fecero allontanare tutti dal cadavere esibendo i loro tesserini di uomini di legge.

“Io ho visto qualcosa!” Urlò un ragazzo paonazzo in volto. 

Gli si avvicinò Arthur, invitandolo a vuotare il sacco.

“Non riuscivo a dormire e sono sceso per fare due passi e rollarmi del tabacco, in lontananza ho visto qualcuno chino sul corpo della vittima, non capendo bene cosa stesse succedendo ho urlato e mi sono diretto verso di loro, a quel punto quello che era  sulla vittima ha fatto letteralmente un balzo in avanti ed è sparito tra i cespugli in direzione del boschetto, ho provato a inseguirlo ma era incredibilmente veloce e l’ho perso appena ha imboccato il sentiero che porta a valle.”

Louis, pensai, abbiamo portato il carro verso il boschetto, potrebbe essere in pericolo.

Corsi verso il cavallo e mi recai di gran lena alla carrozza temendo per il peggio.

“Hey tu, dove vai?” Mi urlò Arthur sfrecciandogli accanto al galoppo.

Mille preoccupazioni si facevano largo nella mia mente mentre muovevo freneticamente su e giù le redini per fare andare più veloce il cavallo. Louis era da solo e in piena crisi, un pazzo serial killer aveva imboccato la stradina che portava al boschetto, mi maledicevo a più non posso per non essere rimasto sul retro del carro a dormire.

Pochi minuti dopo giunsi alla carrozza dove tutte le mie preoccupazioni si concretizzarono.

“Louis!” Gridai, “Louis!”, terrorizzato vidi che la porta della sua camera era aperta e Louis non c’era.

Mentre ero in preda alla disperazione fui raggiunto da un paio degli uomini di Arthur che vedendomi fuggire mi avevano inseguito.

“Ragazzo!” Mi urlarono, “che succede, perchè sei scappato così di fretta dal luogo del delitto?” Notai che uno dei due mi puntava un fucile a canne mozze  addosso.

“Credo che il vostro uomo abbia rapito Louis, lo avevo lasciato qui ma ora non c’è nessuno”

“Il nostro uomo? Mi sembra che tu sappia un po’ troppe cose…” mi disse l’agente col sombrero imbracciando il suo carcano puntandomelo addosso.

Gli raccontai di aver sentito il signor Arthur raccontare del serial killer al barista del saloon. 

“Sono scappato perchè appena ho sentito il ragazzo indicare che l’assassino si era diretto al boschetto mi sono preoccupato per Louis.”

“Controlla bene  ragazzo mio, vedi se ha rubato qualcosa, noi proseguiamo la nostra ricerca. In ogni caso ci vediamo tra qualche ora alla locanda per aggiornarci” e sparirono nel buio del fitto boschetto a cavallo dei loro destrieri.

La mia preoccupazione per la sorte del signor Louis era grande. Stava bene? Era ancora vivo? Gli stavano facendo del male? 

Guardai in giro in cerca di prove o particolari che mi avessero potuto aiutare a capire cosa fosse successo. Non c’era sangue in giro, ne dentro la stanza ne fuori ,segno quindi che Louis non era stato aggredito, perchè rapito allora? E se invece fosse riuscito a scappare al tentativo di aggressione del killer? Magari era nascosto qui vicino da qualche parte o peggio inseguito da quel pazzo omicida. 

Tornai in camera sua in cerca di indizi. La stanza era in ordine. Non c’erano segni di colluttazione , notai sul comodino un diario logoro, forse era il registro degli incassi giornalieri. Indeciso sul da farsi decisi di rimanere ancora un po’ ad aspettare un eventuale ritorno di Louis o degli uomini di Arthur e quindi con la speranza di riuscire a calmarmi cominciai a leggere qualche pagina…

“ …I fucili erano carichi, i nostri cavalli sellati ed equipaggiati di tutto punto,munizioni di scorta, sacchi a pelo, corde e stoviglieria , tutto era pronto per la grande caccia. Partimmo di primo mattino alla ricerca di quel dannato orso che si nascondeva nei boschi di Quitevalley. L’idea era venuta a John , e come al solito Francis ed io gli eravamo andati dietro senza nemmeno farcelo dire due volte. Camminammo tutto il giorno addentrandoci nel bosco, i nostri cavalli procedevano ad una andatura lenta, le nostre orecchie e i nostri occhi erano concentrati nel captare il minimo segnale della presenza dell’orso nei paraggi. Giungemmo sulla riva di un corso d’acqua e scendemmo dai cavalli che ne approfittarono per bere mentre noi continuavamo a guardarci attorno. Ad un tratto udimmo dei rumori provenire da alcuni cespugli poco più avanti rispetto a noi, a quei rumori seguirono dei barriti spaventosi, i cavalli impennarono impauriti ed attraversarono di corsa il corso d’acqua, noi fummo presi e paralizzati dal panico. Stringemmo i mano i fucili puntando in direzione dei cespugli da dove uscì un enorme orso marrone scuro, si alzò sulle zampe posteriori spalancando le fauci, agitò le zampe anteriori in aria e le fece ricadere al suolo, la terra ci tremò sotto ai piedi. Scattò in avanti verso di noi, era pronto a sbranarci. John sparò per primo mancandolo, quello sparo lo fece imbestialire ancora di più, Francis lo colpì ad una spalla ma non bastò a fermare la sua corsa, anch’io sparai, presi la mira e chiusi gli occhi nell’attimo esatto in cui l’indice azionò il grilletto, sentì un boato forte, l’orso stramazzò al suolo ad appena quindici centimetri da noi. Lo avevo colpito dritto in mezzo agli occhi.

“He-ahhh!” Urlai alzando il fucile al cielo. Francis e John si liberarono in un urlo isterico e alzarono al cielo i fucili a loro volta. Ce l’avevamo fatta, eravamo riusciti ad uccidere  il potente grizzly che stava terrorizzando il villaggio con le sue scorribande e massacri di bestiame. Eravamo euforici. Lo legammo e lo trascinammo per diversi metri. Ci rendemmo conto che era molto tardi per cercare di tornare indietro e decidemmo di fermarci a dormire per la notte. Per prima cosa accendemmo un bel fuoco, Il cadavere dell’orso faceva bella mostra di se vicino al falò. Facemmo strage anche dello stufato di fagioli, stavolta andammo tutti a segno però, cosa che prima non era riuscita a John ed era diventato l’argomento di scherno dell’intera cena!

Il cielo stellato era limpido, si distinguevano perfettamente tutte le costellazioni che conoscevo, il piccolo e il grande carro, la via lattea. La luna piena era una gigante biglia d’acciaio illuminata, ci si poteva perdere dentro, rimasi molto tempo a fissarla prima di addormentarmi.

Qualche ora più tardi il mio sonno fu interrotto da un rumore che mi suonò familiare, quello che faceva il mio cane quando gli davo da mangiare i resti della selvaggina che avevo cacciato, un misto di affondi su carne tenera e masticazione di ossa, alzai la testa e mi si presentò una scena agghiacciante. 

Non riuscivo ad identificare quella spaventosa creatura che stava banchettando sul cadavere di Francis, aveva delle sembianze umane miste a quelle di un grosso cane, stava a 4 zampe con gli arti grossi e massicci piantati sul petto di Francis e con la bocca strappava via la carne a morsi dalla faccia del mio amico che si staccava provocando un disgustoso scoppiettio.

Guardai il sacco a pelo di John, era vuoto , strappato e intriso di sangue, più avanti c’erano dei resti confusi, vidi quello che mi sembrava un piede e poco distante una coscia lacerata sopra il ginocchio.

Quella bestia schifosa si accorse di me, cercai di saltare fuori dal sacco a pelo ma non feci in tempo, mi azzannò ad una gamba.

Il dolore fu immenso, mi sembrò di avere diversi chiodi conficcati sullo stinco, sentivo quella presa stringere con una potenza tale che si sarebbe frantumato l’osso da un momento all’altro, agitai le braccia e cercai di liberarmi da quella morsa usando la gamba libera, scalciando come meglio potevo su quella faccia demoniaca, un misto tra un essere umano ed una bestia. Era una lotta impari, quell’essere mostruoso era dotato di una forza forse superiore a quella di un grizzly anche se la sua statura era più vicina a quella di un essere umano, nella foga del momento riuscii ad afferrare il coltello in argento che usavo per mangiare e che si trovava fortunatamente accanto a me assieme agli stivali, glielo piantai ripetutamente sui fianchi, al primo affondo la bestia emise un urlo di dolore mollando la presa sulla mia gamba, continuai a pugnalarla ripetutamente, mi accorsi che ogni volta che la lama gli penetrava la carne dura come l’acciaio uno sbuffo di sangue e vapore veniva fuori. 

Quel mostro non si diede per vinto e in un ultimo disperato slancio puntò la mia gola, mi feci scudo col braccio e contemporaneamente gli ficcai il coltello sul petto all’altezza del cuore, per la troppa foga la lama si spezzò e rimase conficcata nel ventre della bestia che emise un guaito debole e finalmente morì tra le mie braccia.

Mi tolsi di dosso con riluttanza quell’orribile essere, mi sfilai il sacco a pelo e mi controllai la gamba, avevo lo stinco bucherellato, gli versai dell’acqua cercando di togliere via il sangue, ma appena smettevo di versare acqua i fori si riempivano nuovamente di sangue e riprendevano a grondare. Legai stretto sotto al ginocchio un pezzo di cordino per arginare l’emorragia. La ferita era molto arrossata e gonfia.

Zoppicando andai verso i cavalli, con molta fatica riuscii a salire in sella e mi allontanai da quel macello.

Nei giorni a seguire la febbre alta fu una costante e la ferita non voleva sentirne di rimarginarsi. Mio padre chiamò i migliori medici della contea ma nessuno riuscì a farmi guarire. Il dottor Monroe suggerì addirittura di amputare la gamba per evitare che andasse in cancrena.

Fu allora che mia nonna suggerì a mio padre di fare visita allo sciamano indiano della tribù dei Paiute.

Viaggiammo per due giorni e mezzo prima di giungere all’accampamento. 

Mia nonna era discendente Paiute, suo padre Occhio di Lince era infatti un valoroso guerriero indiano molto rispettato nella sua comunità che si era innamorato della madre di mia nonna che apparteneva ad una famiglia di allevatori. Dopo la sua nascita i genitori di mia nonna decisero di lasciare l’accampamento indiano, in cerca di un futuro migliore per lei, senza farvi mai più ritorno.

Non le fu difficile farsi riconoscere, le bastò parlare la loro lingua che conosceva benissimo, si affrettò a spiegare quindi il motivo di quella visita e ci facemmo accompagnare subito alla tenda dello sciamano.

Mio padre mi aiutava a camminare, facendomi da appoggio, mi nonna ci precedeva, fu lei ad annunciarci allo sciamano.

Argento nei Capelli era un uomo molto anziano, fisico asciutto e temprato dallo spirito, se ne stava seduto sopra un bellissimo tappeto di orso. Sul volto aveva dipinte quattro linee gialle , due per ogni guancia. Aveva le gambe incrociate ed era intento a fumare una pipa. Accanto a lui un piccolo braciere che emanava un profumo molto intenso e particolare.

Ci salutò, senza aprire gli occhi, e ci fece cenno di accomodarci. Mia nonna gli si rivolse con grande riverenza, a bassa voce. Gli raccontò del mio incidente senza omettere il fatto che mi avesse attaccato un essere mostruoso (cosa che avevamo fatto con gli altri medici, dicendo invece che ero stato morso da un lupo) e che la mia gamba non riusciva a guarire.

Senza scomporsi Argento nei Capelli aprì gli occhi e mi chiese di sdraiarmi davanti a lui.

Buttò della polvere sul braciere che cominciò a fare parecchio fumo, subito dopo iniziò a cantare emettendo suoni gutturali , ogni tanto si batteva un pugno sul petto senza mai scomporsi più di tanto. Quando finì mi posò le mani sulla testa, erano ruvide e maleodoranti, dopo qualche minuto le posò sulla mia ferita. La mia gamba cominciò a pulsare e a farmi male, era come se le sue mani fossero delle braci ardenti e il mio sangue evaporasse al loro passaggio. Restammo in quella posizione per almeno dieci minuti. Mia nonna e mio padre erano seduti in silenzio ad assistere preoccupati. 

Finalmente lo sciamano parlò, mia nonna annuì alle sue parole che ne io ne mio padre capivamo.

Quando Argento nei Capelli smise di parlare mia nonna si alzò e ci disse di andare.

Tornammo alla carrozza che ci riaccompagnò in città.

Durante il tragitto mio padre chiese a mia nonna cosa le avesse detto lo sciamano.

“Guarirà”, rispose secca, anche se non vidi nessun accenno di felicità in quell’affermazione.

Mio padre rimase un attimo interdetto ma fu felice di sentire quella parola, io da parte mia mi tranquillizzai e caddi in un sonno profondo che durò due lunghi giorni.

Al risveglio mi ritrovai nel mio letto, a casa.

Avevo un leggero cerchio alla testa , la gamba mi pulsava ancora ma ora era un dolore più che sopportabile, lo sciamano aveva fatto miracoli.

Provai ad alzarmi ma qualcosa me lo impedì, i miei polsi e le mie caviglie erano legati. Fui colto dal panico e cominciai a chiamare mio padre e mia nonna che si precipitarono nella mia camera.

“Che succede? Perchè sono legato?”

Mio padre abbassò lo sguardo e si mise a sedere, mia nonna invece mi accarezzò il viso, si sedette accanto a me nel letto e cominciò a parlarmi.

“Louis amore mio, il motivo per cui sei legato è semplice. Quando quella bestia ti ha morso ti ha irrimediabilmente contagiato. Purtroppo adesso sei un licantropo, un uomo lupo.”

Quelle parole furono come ghiaccio sul mio corpo bollente, ognuna di esse mi bruciò e mi penetrò nella carne, ero diventato un mostro, lo stesso mostro che aveva sbranato i miei amici e tentato di uccidermi.

Dopo una breve pausa mia nonna continuò: “Non esiste cura, lo sciamano stesso ci ha suggerito di ucciderti, è l’unica soluzione ad una vita maledetta.”

“No nonna, non può essere, ti prego!” Implorai.

Mio padre si tormentava i capelli con le mani e mi disse: “Figliolo , sei quanto di più caro abbia su questa terra, ma non possiamo permettere di lasciarti vivere con questo fardello, vivresti in una condizione disumana, ti trasformeresti in una bestia demoniaca assetata di sangue, ti macchieresti di orribili crimini. Non posso permettere al mio unico figlio di condurre una vita così grottesca.”

Quelle parole suonavano come una condanna a morte già pianificata, e infatti mia nonna proseguì: “Lo sciamano ci ha detto che l’unico modo per ucciderti e permetterti di riposare in pace in eterno è durante una notte di luna piena, quando ti sarai trasformato, solo uccidendo la bestia riusciremo a porre fine alla tua vita ormai segnata”

“Vi prego, papà, nonna, non uccidetemi, non ho colpa se sono sopravvissuto a quell’attacco, non voglio morire, sono ancora giovane e pieno di vita, cercheremo una soluzione a questa maledizione, vi prego, non fatelo, vi scongiuro”, piangevo e li imploravo, loro scuotevano la testa e si disperavano più di me.

Lasciarono la stanza in silenzio, scossi. Ormai il loro piano era chiaro, avrebbero aspettato che mi fossi trasformato in licantropo in una notte di luna piena per porre fine alle mie sofferenze.

Quella sera sentì mia nonna e mio padre litigare furiosamente, anche loro stavano vivendo un incubo , scegliere di uccidere il sangue del loro stesso sangue, non doveva essere una decisione facile.

Mia nonna era molto convinta nella sua scelta, si fidava ciecamente delle parole dello sciamano, mio padre invece era meno propenso a farlo, lo sentivo strillare , accusare lo sciamano di cialtroneria, si chiedeva come un padre avesse potuto uccidere un figlio per il suo bene.

Ad un tratto la situazione sfuggì di mano, senti mia nonna urlare a mio padre: “Fermati, sei un pazzo, non capisci? Metti giù quella pistola!”

Mio padre urlava più forte di lei dicendo che era lei la vera pazza e che il vincolo della famiglia è sacro.

“Metti giù quella pistola”, continuava a gridare mia nonna, “ragiona, pensa alle conseguenze”.

Un colpo di pistola secco seguito da un leggero tonfo mise fine a quella lite.

Cercai con tutte le mie forze di liberarmi da quelle funi, mi dimenavo come un matto, sentivo le vene sulla mia fronte pompare all’impazzata mentre adoperavo ogni singolo muscolo del mio corpo per riuscire a spezzare quelle corde.

Sentii dei passi che si avvicinavano, ormai la mia ora era arrivata.

Si spalancò la porta, mio padre con la pistola in mano si fermò sulla soglia.

“No papà ti prego, non farlo, non uccidermi”, implorai.

Mi puntava la pistola in faccia, aveva la camicia schizzata di sangue, il volto trasformato dalla disperazione, la fronte matida di sudore.

“Perdonami figliolo”, furono le uniche parole che riuscì a dirmi, impugnò il revolver a due mani, girò la testa da un lato chiudendo gli occhi, anch’io chiusi gli occhi irrigidendo tutto il mio corpo facendo forza sulle funi aspettando che la pallottola penetrasse la mia carne ponendo la parola fine a quell’incubo.

Sentì l’esplosione, contemporaneamente urlai e tirai ancora più forte le funi che mi incatenavano le braccia e le gambe…rimasi contratto per un paio di secondi finchè non sentii il corpo di mio padre colpire il pavimento. Non ce l’aveva fatta, all’ultimo istante aveva portato il revolver alla bocca e si era tolto la vita. Quando lo vidi giacere per terra con la testa esplosa urlai senza emettere suono, la bocca era spalancata, i miei polmoni vuoti, stavo urlando come non avevo mai fatto ma non producevo alcun suono. Continuai finchè non riuscendo più a prendere fiato svenni.

Ripresi i sensi al mattino, con orrore vidi che sciami di mosche stazionavano sul cadavere di mio padre. I miei polsi e le mie caviglie erano scorticati a sangue e di colore viola, ero molto debole e nonostante i miei sforzi non riuscivo a liberarmi. Notai con ribrezzo che l’odore del sangue lo avvertivo maggiormente e stranamente ne avvertivo il sapore ferruginoso attraverso l’olfatto. Anche i suoni li avvertivo più nitidi, addirittura in alcuni momenti ero perfettamente in grado di sentire lo sfregamento delle zampe delle mosche, tutte quelle nuove informazioni , mi disorientavano, nelle prime ore pensai di impazzire, il mio cervello era in grado di ricevere una quantità indefinita di stimoli sensoriali nel medesimo istante che dovetti imparare a distogliere l’attenzione. 

Era come nascere per la prima volta, imparare nuovamente a stare al mondo.

Trascorsi gran parte della mia giornata ad imparare ad usare tutti i miei sensi, a governare quella sinestesia che mi affascinava e disorientava allo stesso tempo.

Nulla di tutto ciò però riuscì a prepararmi adeguatamente a quello che sarebbe successo da li a poco.

Le prime avvisaglie arrivarono dalla schiena, era come accordare delle corde di chitarra su un manico di bambù, più si tendevano e più il manico non riusciva ad opporre resistenza e si piegava; allo stesso modo la mia spina dorsale veniva piegata da una forza che non riuscivo a contrastare provocandomi dei dolori mai sentiti prima che mi toglievano il fiato.

Ero come in balia di migliaia di ganci che tiravano con forza ogni centimetro del mio corpo, sentivo le mie ossa allungarsi o piegarsi tutto ciò provando un dolore indescrivibile, ad un certo punto un formicolio si impadronì della mia epidermide e migliaia di peli neri cominciarono a fuoriuscire velocemente dai miei pori, così come le unghie delle mani e dei piedi, talmente ero scioccato che non mi accorsi nemmeno di aver spezzato le corde che mi tenevano prigioniero, ero finalmente libero ma non ero più ciò che quelle corde tenevano legate, ero diventato un licantropo, una bestia forte e vigorosa che ululava alla luna.

Chiusi il diario talmente forte da rischiare di schiacciarmi il naso. 

Che cosa stavano leggendo i miei occhi, era un racconto di fantasia? Farneticazioni di un pazzo ubriaco? Veramente Louis era un uomo lupo? Era Louis il serial killer che Arthur e la sua banda stavano cercando?

Volevo non credere ad una sola parola di quello che avevo letto in quel diario maledetto, eppure questo nuovo strumento mi permetteva di analizzare fatti in maniera totalmente differente da come avevo fatto finora. La malattia misteriosa di Louis adesso aveva un nome, le sue urla di dolore avevano una spiegazione così come il rinchiudersi in camera.

No , non poteva essere, eppure sembrava tutto maledettamente chiaro. 

Poteva Louis essere così spietato con le sue vittime? Era veramente un mostro demoniaco che andava in giro nelle notti di luna piena a nutrirsi di carne umana?

Il diario era fitto di pagine traboccanti di parole, dovevo e volevo vederci più chiaro. 

Feci un respiro profondo e continuai nella lettura.

“…Imparai a convivere col dolore delle trasformazioni, fortunatamente era un processo che non richiedeva più di una mezz’ora anche se cominciavo ad avvertire sintomi di malessere fin dal mattino.

L’essere diventato un licantropo comportava anche dei vantaggi , oltre ad una maggiore capacità sensoriale avevo acquisito anche il dono della telepatia e una notevole forza fisica.

Sfruttai queste doti inventandomi degli spettacoli, questo mi permetteva di guadagnarmi da vivere e potevo spostarmi in continuazione di città in città senza rischiare di essere scoperto.

Controllare i miei istinti bestiali e primordiali non era mai facile, sebbene mi trovassi in uno stato di semi incoscienza cercavo con tutte le mie forze di mantenere una certa umanità per quanto mi fosse possibile.

Durante le notti di luna piena giravo per i boschi e cacciavo selvaggina, fiutare le prede, inseguirle fino allo sfinimento e infine banchettare con la loro carne fresca mi dava un enorme senso di soddisfazione, appagare i miei bisogni bestiali era la priorità. 

Il sangue caldo, l’uccidere la preda, era diventato una droga, dava assuefazione , più cacciavo e più volevo cacciare.

Col passare del tempo i miei gusti si fecero più esigenti e la voglia , o necessità, di nutrirmi di carne umana si fece sempre più pressante.

Ovviamente ero riluttante all’idea di nutrirmi di esseri umani e lottavo con tutte le mie forze affinchè non succedesse, ma un giorno accadde l’inevitabile.

Mi stavo esibendo nel mio numero di telepatia in un piccolo villaggio montano.

Chiesi ad una donna di pensare ad un nome. Ella oltre a pensare al nome della sorella, ripensò a come l’aveva uccisa e di come se ne fosse sbarazzata gettando il cadavere da un dirupo inscenando poi un aggressione conclusasi col rapimento della sorella.

Quella confessione inconscia mi turbò molto e mi indusse a pensare che semmai avessi dovuto cibarmi di carne l’avrei fatto cibandomi di vili assassini ed esseri malvagi.

Così ho fatto per ogni spettacolo, mi bastava scrutare i loro pensieri per trovare la pecora nera da sacrificare. Mentre se ne stavano seduti, in silenzio ad attendere l’aprirsi del sipario i loro pensieri mi raccontavano tutto di ognuno di loro, le loro ansie, preoccupazioni, gioie, omicidi , cattive azioni. Assassini, pedofili, stupratori, corrotti, gente malvagia, il mondo è pieno di bestie travestite da brave persone.

In particolare una sera sventai un assassinio, una donna ,tra il pubblico, per tutta la durata dello spettacolo pensò ed architettò un piano per uccidere il proprio figlio.

Era una povera vedova disgraziata che non riusciva a campare e aveva altre 9 bocche da sfamare. Pensò nella sua mente malata che liberarsi dell’ultimo genito che non lavorava l’avrebbe aiutata a sopravvivere, una bocca in meno da sfamare significava del cibo in più da mangiare.

A fine serata la convinsi telepaticamente ad affidarmi quel povero ragazzetto che era con lei , risparmiandolo così al destino atroce a cui stava andando incontro.

“Accidenti, sta parlando di me! “ dissi ad alta voce, stava parlando della mia adozione, e che mia madre volesse uccidermi.

Sebbene confessasse di avere ammazzato delle persone non mi sentivo di condannarlo del tutto, si trovava in una condizione che non aveva chiesto e tra i mali sceglieva il minore.

Eticamente mi trovai in difficoltà ad inquadrarlo, ma l’affetto che provavo per lui e il fatto che mi avesse salvato da morte certa mi spinse a precipitarmi fuori e cercarlo.

Arthur e la sua banda erano sulle sue tracce e se lo avessero trovato lo avrebbero ucciso, dovevo trovarlo prima di loro. 

Stavo per uscire quando udii arrivare dei cavalli, era Arthur assieme ad Isaia.

“Ragazzo” mi apostrofò Arthur, “dobbiamo parlare, possiamo salire?”

Avrei voluto dire di no ma prima che potessi aprire  bocca era già dentro seguito da Isaia.

“Mi dica pure” feci io innervosito.

Per tutta risposta mi arrivò un pugno in piena faccia che quasi mi fece svenire, subito Isaia mi afferrò da dietro e mi bloccò mentre Arthur davanti a me caricava un altro pugno che mi arrivò dritto sullo stomaco.

“Dov’è il tuo vecchio? “Mi chiese mentre si massaggiava le nocche.

“Louis non è mio padre” gli risposi sputando della saliva mista a sangue.

“Pedro e Miguel sono sulle sue tracce, lo troveranno, lo porteranno qui e vi uccideremo come due cani…” mi ghignò all’orecchio Isaia.

“La pagherete per tutti i crimini che avete commesso” mi minacciò Arthur.

“Ma cosa state dicendo? Louis probabilmente è stato rapito dal killer, noi non c’entriamo niente con questa storia, dovete credermi” 

“Sei furbo, ma non abbastanza da ingannarci. In quasi tutte le città in cui avete fatto tappa col vostro spettacolo itinerante è avvenuto un omicidio ad opera del serial killer, non ti pare una strana coincidenza, ragazzo?” 

Mentre pronunciava quelle parole girava la punta di un grosso coltello su un polpastrello.

“Vi state sbagliando, siete fuori strada, state commettendo un grosso errore” gli urlavo mentre mi dimenavo nel vano tentativo di liberarmi dalla presa di Isaia che mi immobilizzava.

“Sei un duro, non è vero?” Mi fece Arthur avvicinandosi.  

“Adesso vedremo se dopo questo trattamento sarai più collaborativo” , e mentre Isaia aumentava la stretta da dietro sghignazzando sul mio collo, Arthur spinse la punta del coltello sulla mia pancia, abbastanza da pungermi senza penetrarmi la carne, poi assumendo un espressione da psicopatico cominciò a salire verso la gola tagliando superficialmente la pelle facendomi sanguinare.

“Allora, cosa mi dici della signorina Adler, la figlia del sagrestano? Ti piaceva? Volevi fartela ma lei ti ha respinto?” Non mi guardava nemmeno in faccia mentre mi faceva quelle domande, era intento a tagliarmi, in alcuni punti affondava leggermente la lama a farmi intendere che mi avrebbe aperto in due da un momento all’altro.

“Oppure è tutta opera di Louis e tu non sei nemmeno suo complice, mi verrebbe difficile crederlo, ma se tu confessassi tutto potrei anche ascoltarti, potrei anche crederti e risparmiarti la vita…”

Un tonfo proveniente dal tettuccio della carrozza ci sorprese tutti quanti e d’istinto ci portò ad alzare la testa verso il soffitto, una grossa mano pelosa chiusa a pugno attraversò le sottili tavole di legno del tetto e dopo essersi aperta mostrando dei grossi artigli dall’aspetto affilato e appuntito si chiuse di scatto sulla faccia di Isaia facendogli esplodere i bulbi oculari penetrandolo come un panetto di burro, subito dopo fu come risucchiato violentemente in alto attraverso il buco da dove era sbucata la mano. Nella sua ascesa Isaia perse il revolver che mi cadde letteralmente addosso, Arthur non si accorse di nulla perchè era intento a sparare al soffitto, così quando riportò la sua attenzione su di me e abbassò il capo si trovò a contatto con la fredda bocca della pistola che gli premetti in fronte.

“Butta la pistola!” Gli intimai, “Adesso!” 

“Ragiona ragazzo” mi fece mentre alzava le mani dopo aver fatto cadere il suo revolver

“Non ti muovere o giuro su Dio che ti faccio un buco in testa”continuai.

Entrò Louis, o per meglio dire, un grosso lupo con sembianze umane, era ferito ad una gamba segno che Arthur sparando poco prima era riuscito in qualche modo ad andare a segno.

Arthur sbiancò in volto, quella bestia lo spaventò più della pistola che aveva puntata alla testa, cercava di farfugliare qualcosa ma era evidentemente paralizzato dal terrore, Louis lo fulminò con gli occhi, poi guardandomi si accorse del mio petto che grondava sangue , emise una specie di ululato e si lanciò con ferocia su Arthur.

Nello slancio io volai all’indietro, Arthur finì sotto il corpo peloso di Louis e fecero un paio di giravolte per terra, nella colluttazione mi accorsi che Arthur riuscì ad impugnare il Revolver che aveva precedentemente buttato per terra.

“Attento Louis, ha una pistola!” Presi la mira e feci fuoco almeno tre volte, entrambi cessarono di lottare all’istante. Arthur aveva un foro alla gola che spruzzava sangue e uno sulla fronte , Louis uno sul petto.

Disperato mi inginocchiai sollevando quella bestia nella speranza che riaprisse gli occhi.

“Louis…Louis!” Gli gridavo in faccia.

“Grazie Morgan, mi hai salvato!” Furono le uniche parole che riuscì a dirmi prima di abbandonare di lato il capo. 

Così morì il signor Louis, tra lacrime e sangue in una sera di luna piena del 1885.