Erano da poco passate le 22:00 nel carcere di massima sicurezza Margaridas , in Messico. Nella sua cella di 4 metri per 4 ,Juan Santa Cruz si alzò dal letto e accese la tv impostando un volume abbastanza alto. Come se si fosse trattato di un segnale ,la guardia di turno assegnata alla sorveglianza a vista  ,accese una sigaretta e si allontanò verso il corridoio. Poco dopo si udirono delle vibrazioni provenire dal pavimento della doccia finché non spuntò la punta di un demolitore, pochi colpi ancora e si aprì un varco sufficientemente grande da permettere a Juan di infilarci il suo corpo grassoccio. “Patròn” esclamò una voce dall’altra parte del buco, lanciando una busta contenente abiti civili, i preferiti di Juan, jeans taglio tattico con grossi tasconi e una camicia hawaiana di dubbio gusto azzurra, si vestì in fretta e si calò attraverso il buco. “Miguel, ce ne hai messo di tempo!” esordì Juan Santa Cruz mentre abbracciava stretto il suo salvatore come se si fosse trattato di una delle sue innumerevoli amanti. 

“Facciamo presto” incalzò Miguel liberatosi da quell abbraccio asfissiante, “ Il tunnel è molto lungo e i muchachos non vedono l’ora di riabbracciarti. 

Era stato fatto un ottimo lavoro, merito anche della conformazione del terreno su cui era stato eretto il carcere, roccia tenera da scavare ma abbastanza resistente da non crollare. Era stato montato un sistema di areazione e di illuminazione. I lavori erano durati 3 mesi con turni massacranti di 12 ore da due squadre. 

Il Patròn era un signore della droga, un uomo molto ricco che nella cocaina e nel sangue aveva affermato la sua supremazia. Sembrava che per lui nulla fosse impossibile e c’era addirittura chi sosteneva che Juan fosse il diavolo.

Si era fatto strada nell’organizzazione a suon di pallottole e bombe, era un uomo molto furbo, tanto intelligente quanto spietato che una volta non aveva esitato a sparare ad un bambino di pochi mesi che si trovava in casa durante l’omicidio del padre.

In lontananza si udì il suono dell’allarme del carcere, la guardia tornando alla sua postazione aveva trovato la cella di Juan vuota e mise in moto le procedure in caso di evasione.

“Quanto manca?” Chiese Juan rimasto indietro, “poco” rispose con affanno Miguel, la sua voce giungeva flebile segno che i 120 chili di Juan avevano rallentato di molto la marcia rispetto allo smilzo  e svelto Miguel.

Fu in quel momento che si udì un boato, tutto attorno cominciò a tremare e una pioggerellina di sabbia cadde lungo tutto il tunnel. “Cosa é stato Miguel?” ma Juan non fece in tempo a finire la frase che saltò la corrente, gli aeratori si spensero e il buio assunse una consistenza polverosa e opprimente. “Miguel, che cazzo succede? Miguel! “ quelle domande urlate non ebbero risposta. Subito Juan si accorse di essere rimasto solo, al buio, sotto terra e con l’aria che iniziava a diventare sempre più irrespirabile.

Il panico che lo aveva attanagliato lentamente cominciò a lasciare posto alle congetture , ai dubbi…” è crollato il tunnel? Sono stato tradito? “. 

Mille pensieri cominciarono ad avvolgere la sua mente . Ben presto la sua febbricitante voglia di libertà si trasformò in necessità di sopravvivenza, doveva uscire di lì nel più breve tempo possibile.

Completamente immerso nel buio cominciò a muoversi a piccoli passi in cerca delle pareti, di un appiglio, di un porto sicuro da dove ripartire, mentre imprecava sentì come se il suo piede fosse stato afferrato da una mano. Miguel, pensò ruzzolando a terra, “ Miguel sei tu? Sei ferito? “ “Patròn sono loro”…” sono qui…” biascicò Miguel in punto di morte, “Loro chi? Chi sono?” Urlava Juan mentre cercava di rimettersi in piedi. Miguel spirò senza aggiungere altro.

Un rumore  improvviso spezzò il silenzio, erano le ventole degli aeratori che avevano ripreso a funzionare così come qualche lampadina in lontananza anche se ad intermittenza ,quell’avvenimento rinvigorì Juan e lo spronò a tirarsi fuori di lì. 

La debole luce intermittente in lontananza unita al suono delle ventole avevano un non so che di psichedelico e spaventoso ,a completare il quadro la polvere fitta che intorpidiva tutto e uno strano e cadenzato ticchettio metallico. Trovata , finalmente, una parete del tunnel e scavalcato il cadavere del povero Miguel che aveva strisciato nel buio verso di lui prima di morire, Santa Cruz si diresse verso la luce che a ben guardarla ora sembrava una fiammella che si muoveva a ritmo del misterioso tintinnio. 

Mentre con passo svelto percorreva quel maledetto tunnel una voce femminile echegiò : “Signor Santa Cruz la prego!” Poi seguirono urla strazianti e pianti.

Juan si impietrì immediatamente , divenne una statua di sale, “Chi sei? Cosa vuoi da me?” . Ancora si udirono quelle urla strazianti e quelle implorazioni: “no signor Santa Cruz la prego”

A quel punto un  rivolo di sudore freddo solcò la fronte di Juan che pensò di essere impazzito. 

Devo uscire di qui, sto diventando pazzo, pensò allungando il passo.

Quelle luci ora diventavano sempre più forti e quei tintinnii sempre più insistenti, si stava avvicinando forse all’uscita? Il ticchettio era forse il suono dei picconi dei muchahchos dall’altro capo del tunnel che cercavano di liberare il loro Patròn? 

“Hey, sono qui, sto arrivando, continuate a scavare cabrones, più in fretta.”

Per tutta risposta si udirono canti popolari e fischiettii.

Juan speranzoso affrettò il passo ma nuovamente urla e pianti suonarono vigorosi lungo tutto il tunnel, alcuni così acuti da procurargli lesioni ai timpani tanto che iniziò a sanguinare da un orecchio. 

Cercò di restare razionale, si ripeteva che quelle urla erano frutto della sua immaginazione dovuto alla mancanza di ossigeno e che quel sangue era probabilmente frutto dell’esplosione precedente.

Man mano si avvicinava alle luci tutto sprofondava nel caos più assoluto, grida ripugnanti, ombre antropomorfe popolavano le pareti, il battere dei picconi diventò insopportabile, gli riecheggiava addirittura nella scatola cranica, ormai aveva perso il controllo , cominciò a correre a perdifiato mentre mani e braccia scheletriche cominciarono a spuntare dai muri, dal soffitto, cercavano di afferrarlo accompagnati da torbidi lamenti . 

Con la bava alla bocca e gli occhi che sembrava gli stessero uscendo dalle orbite giunse a quello che pensava fosse la fine del tunnel, uno stanzone largo , con soffitto alto sul quale si intravedeva una botola, ce l’aveva fatta, era ad una manciata di metri dalla fine di quell’incubo ad occhi aperti. Si accorse inoltre che adesso regnava il silenzio, niente più urla o picconate. 

Presa la scala a pioli poggiata per terra uno scricchiolio annunciò l’aprirsi di una voragine proprio al centro del pavimento, cominciarono a uscire fuori i resti dei corpi di parecchie persone, avevano tutto l’aspetto di minatori, armati di picconi e caschetti con luce frontale. 

Juan urlò dalla paura così forte da restare afono mentre quei corpi con le loro andature zoppicanti si dirigevano verso di lui. 

Si sentì un tonfo mentre la punta del piccone veniva conficcata sulla sua testa, appena sopra la fronte, il colpo gli fece uscire un bulbo oculare che rimase penzolante sulla sua faccia, furono molte le picconate inferte, gli vennero strappate e mangiate le viscere e quando di Juan non rimase che qualche brandello insanguinato della sua pacchiana camicia azzurra, le creature tornarono da dove erano uscite.

All’alba la polizia in un comunicato stampa annunciò l’evasione di Juan Santa Cruz attraverso un tunnel sotterraneo. Dissero di aver ritrovato il corpo di un tale Miguel de la Vega morto probabilmente per cause naturali , ma nessuna traccia di Juan Santa Cruz. 

Informarono poi di aver risolto anche il caso della scomparsa di 20 persone trovate morte nella stanza da dove erano iniziati gli scavi. Essi infatti erano gli operai che avevano scavato il tunnel e che una volta completato forse per evitare che parlassero sono stati tutti trucidati con un colpo alla testa.